mateureka

 

Dal 7 luglio al 26 agosto 2012

Mateureka, il Museo del Calcolo di Pennabilli (Rimini), dal 7 luglio al 26 agosto 2012, ospita la mostra internazionale “Enigma. Decifrare una vittoria. I Polacchi al servizio dell’ Europa”.
La mostra riguarda la crittografia e, in particolare, grazie alla collaborazione del Consolato Generale della Repubblica di Polonia in Milano e della Regione Wielkopolska, presenta l’apporto dei matematici polacchi alla decodifica della macchina crittografica tedesca “Enigma”, fatto che ha determinato la vittoria degli alleati sul nazismo.

Da migliaia di anni la storia dell’uomo è attraversata dalla lotta fra chi inventa metodi sempre più sofisticati per trasmettere messaggi segreti e chi fa di tutto per decrittare i codici, cioè scoprirne il significato nascosto. In questo scontro vengono coinvolte la matematica, la linguistica, l’enigmistica, la statistica, l’elettronica, l’informatica, la fisica quantistica…

Fino a poco tempo fa la crittografia, anche grazie alla guerra fredda, era vista come un’arma al servizio dei militari e della sicurezza nazionale delle principali potenze. Ma questa visione è ormai obsoleta. Oggi un numero enorme di messaggi viaggia su ogni sorta di canali, dalla posta tradizionale al telefono, alla radio, al telefax, a internet e alle linee di trasmissione dei dati ad alta velocità; spesso sono informazioni preziose e riservate, da proteggere da orecchi e occhi indiscreti. La tutela della privacy è diventata vitale per tutti noi e solo la crittografia può assicurarla in modo efficace. L’integrità e la riservatezza delle comunicazioni dipendono da complessi codici realizzati grazie alla matematica.

Nella mostra sono esposti  anche numerosi exhibits interattivi e ricostruzioni (dalla scitale spartana al codice di Giulio Cesare, dal disco di L.B.Alberti ai cifrari di Vigenère e di Jefferson), fino agli attuali programmi di protezione per internet e per i dispositivi e.mobile. Su stazioni multimediali è possibile sperimentare, fra l’altro, il funzionamento di Enigma e della macchina di Turing , ricordando i 100 anni dalla nascita, e visionare filmati storici sulla origine del computer perché una delle ricadute tecnologiche più importanti della lotta fra inventori e solutori di codici, fra crittografia e crittanalisi, è stato proprio il computer. Un convegno sulla crittografia quantistica concluderà la mostra, gettando uno sguardo sul futuro di questa millenaria competizione.

ORARI
Dal 7 luglio al 26 agosto 2012
Sabato e domenica ore 10-12.30 e 15.30–18.30

Museo Mateureka – Piazza Garibaldi, 1 – PENNABILLI (RIMINI)

 

Enigma Mostra InternazionaleMateureka, nei mesi di luglio e agosto 2012, ospiterà la mostra internazionale “Enigma. Decifrare una vittoria. I Polacchi al servizio dell’Europa”.

La mostra riguarda la crittografia e, in particolare, l’apporto dei matematici polacchi alla decodifica della macchina crittografica tedesca “Enigma”, fatto che ha determinato la vittoria degli alleati sul nazismo.

 

Mateureka è partner della competizione di matematica, organizzata in Italia da “Matematica senza Frontiere”, per le scuole superiori e che attualmente vede coinvolti Austria, Belgio, Brasile, Bulgaria, Canada, Cina, Egitto, Emirati Arabi, Ecuador, Francia, Germania, Giordania, India, Italia, Lettonia, Libano, Madagascar, Polonia, Repubblica Ceca, Regno Unito, Romania, Russia, Slovenia, Spagna, Svezia, Svizzera, Togo, Tunisia, Turchia, Ungheria e USA per un totale di oltre 250.000 studenti provenienti da 10.000 classi.

 

Renzo Baldoni, Prima grande festa della Matematica, Oltremare di RiccioneIl Museo Mateureka partecipa alla prima grande festa della Matematica con la mostra “L’albero della conoscenza matematica”; sarà presente nei tre giorni il curatore della mostra, il prof. Renzo Baldoni.

Nel Laboratorio annesso: come nasce un libro di matematica e l’esposizione, in originale o in copia anastatica, dei più bei libri di matematica.

Renzo Baldoni, fondatore di Mateureka, il Museo del Calcolo di Pennabilli (Rn), curatore di oltre 50 mostre di argomento matematico, autore di vari libri, l’ultimo dei quali è Matematica Antica,  attualmente si occupa del progetto “Dalla fatica al piacere di contare”.

 

1° grande festa della Matematica
Oltremare di Riccione
24/25/26 marzo 2012

Una grande spettacolare festa della matematica, aperta a tutti, nella splendida cornice del Parco Oltremare, tra delfini e falchi.

Il Museo Mateureka partecipa con la mostra:

L’Albero della conoscenza matematica

a cura del prof. Renzo  Baldoni
Direttore di Mateureka, Museo del Calcolo – Pennabilli (Rimini)

L’Albero della conoscenza matematica, mostra Oltremare RiccioneAl centro della mostra troneggia un grande albero dai cui rami pendono i più antichi libri di matematica presenti nella biblioteca del museo Mateureka. Idealmente, in quell’albero, è racchiusa tutta la conoscenza matematica dell’uomo, dalle tavolette sumere con impressi sull’argilla i primi segni numerici, all’invenzione dei sistemi per contare e per scrivere i numeri legata allo sviluppo dei traffici commerciali e della vita economica. Dagli Elementi di Euclide al primo libro di matematica, Larte de labbacho, impresso a stampa a Treviso nel 1478; dall’ Aritmetica del Calandri con le sue preziose miniature fiorentine tardorinascimentali che ne fanno, da un punto di vista estetico, il più bel libro di matematica mai pubblicato, alla Summa e al De Divina Proportione di Pacioli, con le 60 meravigliose tavole disegnate da Leonardo; dal foglio 231 r del Codice Atlantico in cui è rappresentato il modo di trovare la radice cubica, all’ Encyclopédie, opera colossale con la sua idea di una cultura unitaria e alla più insolita edizione (1847) dei Primi sei libri degli Elementi di Euclide, iperdecorata per la gioia degli appassionati della geometria e dell’estetica scientifica vittoriana.

Attorno all’albero sono esposti, in originale o in copia anastatica, su diverse bacheche, alcuni degli oltre 1.400 volumi antichi (del ‘500, ‘600, ‘700) che il museo ha iniziato a riversare in formato digitale. Nel laboratorio annesso, una carrellata grafica su come l’uomo costruisce conoscenza, la mette in comune, fornendo nuove conoscenze e su come la scrittura sia diventata la memoria dell’uomo. In concreto poi viene spiegato come nasce un libro di matematica mostrando le fasi di lavorazione dell’ultima pubblicazione di Mateureka, il volume Matematica antica, di 400 pagine con oltre 1.000 illustrazioni che presenta la matematica e gli aspetti peculiari di 12 popoli antichi ( Sumeri, Elamiti, Babilonesi, Egiziani, Ittiti, Fenici, Ebrei, Minoici, Micenei, Greci, Etruschi e Romani).

Grazie a stazioni multimediali è possibile consultare, ad esempio, tutti i 1750 disegni su 1119 fogli del Codice Atlantico o tutta l’ Encyclopédie con le sue 23.135 pagine e 3.132 tavole o, molto più semplicemente, cogliere da un ramo dell’albero della conoscenza il libro desiderato, in formato digitale, e goderselo sul proprio reader e-book.

Sarà presente durante la mostra il prof. Renzo Baldoni, fondatore di Mateureka e autore del volume Matematica antica, che attualmente si occupa del progetto “Dalla fatica al piacere di contare” con l’obiettivo di far comprendere e amare la matematica perché “la matematica è il linguaggio dell’universo” (Galilei) e “la creazione più originale dello spirito umano” (Whitehead) e può rappresentare per ognuno di noi la più affascinante delle avventure.

Ulteriori informazioni:

Museo del Calcolo di Pennabilli
Dipartimento di Matematica dell’Università di Bologna
Parco Oltremare di Riccione

 

Il direttore di Mateureka, Renzo Baldoni, con il pioniere dell’informatica Konrad Zuse che nel 1936 costruì la Z1, prima macchina elettromeccanica controllata da un programma su nastro perforato da 1.500 bit, all’Università di Siena il 17/10/1992 in occasione del conferimento a Zuse della laurea “honoris causa”.

 

Il Liceo “Torricelli” di Faenza, insieme con il Tavolo della Scienza e la Palestra della Scienza del Comune di Faenza, in collaborazione con vari enti e istituzioni, tra cui il Dipartimento di Matematica dell’Università di Modena, l’Associazione Macchine Matematiche di Modena, il Museo del calcolo di Pennabilli, organizza, dal 6 al 28 marzo 2010, una mostra intitolata “La bottega matematica”.
Essa è rivolta, oltre che al pubblico generico, agli studenti delle scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado.
La mostra, che verrà ospitata nei locali del Palazzo delle Esposizioni di Faenza, comprende diverse sezioni:

  1. Mostra di macchine matematiche, di alto valore didattico, storico e culturale, realizzate dall’Associazione macchine matematiche di Modena.
  2. Mostra delle macchine matematiche costruite per il progetto “Matebilandia, percorsi matematici nel parco di Mirabilandia: alla ricerca di curve geometriche nelle attrazioni del parco”, realizzato con alcune classi del Liceo “Torricelli”.
  3. Storia del calcolo matematico, con l’esposizione di macchine per il calcolo, fornite dal Museo del calcolo di Pennabilli.
  4. Giochi matematici.
  5. La matematica attraverso le immagini: esposizione fotografica legata al concorso (cioè fotografie originali con contenuto matematico, riferite alla vita reale e ai fenomeni naturali con rispettiva rielaborazione).
  6. Oggetti matematici prodotti dalle scuole per il concorso (macchine matematiche, exhibit, strumenti di calcolo, dispositivi per lo studio della geometria e algebra, …)

Durante il periodo di apertura della mostra si prevedono iniziative rivolte agli studenti e al pubblico in generale, come conferenze divulgative, proiezione di film a sfondo matematico, laboratori didattici per gli studenti (tecnologie di calcolo, bolle di sapone, origami, tassellazione, ecc.).
E’ bandito un concorso suddiviso in due categorie: la prima, “locale“, è rivolta agli studenti delle scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado del Distretto scolastico di Faenza, della provincia di Ravenna, dei distretti scolastici di Forlì e Imola, la seconda, “fuori provincia” è allargata alle scuole secondarie di secondo grado di tutta Italia. Il concorso prevede la produzione di oggetti matematici o fotografie di oggetti naturali a contenuto matematico. Le modalità di partecipazione e i premi sono specificati nell’apposito bando.

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1509 – 2009

“DE DIVINA PROPORTIONE”

di Luca Pacioli

De Divina Proportione di Luca Pacioli

In occasione dei 500 anni viene esposto in facsimile il codice ambrosiano del De Divina Proportione con le 60 tavole a colori disegnate da Leonardo da Vinci.

La mostra è visibile tutti i giorni di Luglio e Agosto 2009,
presso il Museo Mateureka
di Pennabilli

(ore 9.30/12.30 e 15/19)

 

Mostra degli strumenti e delle macchine che hanno aiutato l’uomo a passare dalla “fatica” al “piacere” di contare.

 

Giovedì 4 ottobre 2007 alle ore 21 nella piazza di Pennabilli risuonerà il “bip” “bip” dello Sputnik, primo satellite artificiale lanciato esattamente 50 anni fa. Verrà così inaugurata la mostra “50 anni di spazio”, allestita dal museo Mateureka per ripercorrere le tappe fondamentali della conquista spaziale: dalle prime missioni fino allo sbarco dell’uomo sulla Luna, dalla Stazione spaziale internazionale fino ai robot su Marte, per finire con anteprime sui viaggi del futuro.

Si parte dalla documentazione storica per arrivare alla ricostruzione a grandezza naturale dello Sputnik e di un razzo usato nel 1958 durante l’anno geofisico internazionale.

Sono inoltre visibili i modelli in scala del mastodontico Apollo 5, del Lem, dello Shuttle e della stazione spaziale sovietica Mir.

Una sezione è dedicata alla conquista della Luna, avvenuta 38 anni fa; un’altra all’astronomia con numerosi strumenti scientifici e la possibilità di osservare due frammenti di meteoriti cadute in Cina.

Un’attrazione esclusiva è la possibilità di osservare la superficie di Marte in tre dimensioni, con speciali occhiali, ripresa dalla sonda Pathfinder.

Una particolare attenzione è dedicata all’importanza dello spazio oggi e ai prossimi traguardi da raggiungere. Chiude l’esposizione una nutrita rassegna di filmati e documentari scientifici sullo spazio. A questo proposito, la mediateca del museo dispone di oltre mille software per computer che riguardano l’astronautica e l’astronomia, la serie spaziale completa edita dalla Nasa e dall’American Mpc Research ed oltre 30 ore di registrazioni e suoni provenienti dallo spazio.

Il curatore della mostra Renzo Baldoni, direttore di Mateureka, spera che questa rappresenti una testimonianza di come i sogni dei ragazzi di ieri siano divenuti la realtà tecnologica del nostro oggi e la base per il futuro dell’umanità e si augura che la molla alla base di questo incredibile viaggio che l’uomo, sfidando le leggi della natura, ha intrapreso verso la conquista dello spazio, e cioè la curiosità e il desiderio di conoscere, possa spingere anche i ragazzi di oggi a cercare e vedere cosa c’è lassù nello spazio profondo.

 
Conferenza di Corrado Bonfanti

Il prof. Corrado Bonfanti durante la sua relazione al Teatro Vittoria di Pennabilli

Matinée al museo: Ciclo di conferenze della Rete museale della Comunità Montana Alta Valmarecchia

Calcolare stanca, ma ingegno e fantasia possono aiutare

Relatore: prof. Corrado Bonfanti

Aica Milano, Università di Trieste e Udine

 

Il prof. Bruno D’Amore (a sinistra) con il prof. Renzo Baldoni, fondatore e direttore di Mateureka

Matinée al museo: Ciclo di conferenze della Rete museale della Comunità Montana Alta Valmarecchia

La Matematica è ovunque

Relatore: prof. Bruno D’Amore

Università di Bologna, Bolzano, Locarno

 
Piergiorgio Odifreddi

Da sinistra: l’avv. Lorenzo Valenti, Presidente della Comunità Montana; il prof. Piergiorgio Odifreddi e il prof. Renzo Baldoni, ideatore e direttore di Mateureka.

Matinée al museo: Ciclo di conferenze della Rete museale della Comunità Montana Alta Valmarecchia

Non abbiate paura:
riflessioni di un matematico impertinente.

Relatore: prof. Piergiorgio Odifreddi

Università di Torino e Cornell University

 

 

Mostra I Frattali Cosmici: alcune immagini.


 

Maurits Cornelis Escher (Leeuwarden, 17 giugno 1898 – Laren, 27 marzo 1972)

Maurits Cornelis Escher

 

Il laboratorio Lampi di genio permette al visitatore di sperimentare e “toccare con mano” alcuni strumenti e idee matematiche grazie a 30 exhibits interattivi, ecco due esempi:

Il grano e la scacchiera

Il grano e la scacchieraSecondo una leggenda persiana, lo scià aveva promesso di dare in premio all’inventore degli scacchi tutto ciò che questi gli avesse chiesto.
L’inventore gli chiese: “1 chicco di grano nella primacasella, 2 chicchi nella seconda, 4 nella terza, otto nella quarta e così via, raddoppiando la quantità per ogni nuova casella”: per l’intera scacchiera di 64 caselle, il numero di chicchi di grano è 264, un numero enorme.
Convertiamo il numero di chicchi in tonnellate di grano, otteniamo 920 miliardi di tonnellate (nel 1992 la produzione mondiale di grano fu di 564 milioni di tonnellate)!!!

Giochiamo con le biglie di ferro

Macchina di Galton

Macchina di Galton

Quando il numero delle biglie è abbastanza grande, esse si dispongono secondo la legge matematica della distribuzione normale detta anche curva di Gauss, a forma di campana.
La macchina di Galton (a sinistra) illustra il “teorema del limite centrale” che svolge un ruolo fondamentale nell’analisi di attività apparentemente tanto diverse come i sondaggi elettorali, la ricerca di nuovi giacimenti petroliferi, i movimenti di borsa, la previsione nello sviluppo di una specie, la teoria degli errori, ecc.

   

 

Mateureka, il Museo del Calcolo di Pennabilli presenta la storia, gli strumenti, le idee e i concetti di una fra le più affascinanti avventure del pensiero umano: la matematica.
Data la difficoltà e l’unicità della proposta, Mateureka non è configurabile come un museo tradizionale che si limita ad esporre “pezzi” o “oggetti”, pur interessanti.
Deve attrarre, invogliare e far ragionare il visitatore specialmente attraverso il fare, lo sperimentare, attraverso le attività di laboratorio; valorizzare, cioè, il più possibile, l’aspetto ludico e interattivo.

All’esposizione permanente delle idee basilari della matematica e degli strumenti più significativi del calcolo che occupano quattro piani del più prestigioso palazzo di Pennabillli, attiguo all’orto dei frutti dimenticati del poeta Tonino Guerra, si deve necessariamente affiancare un’attività, anche esterna al Museo, di mostre temporanee, rassegne, convegni, dibattiti, approfondimenti, ecc, che diventano fondamentali non solo per il Museo ma per tutto il territorio.

Attraverso queste attività culturali il Museo, pian piano, diventa uno dei motori primari di creazione e di diffusione della cultura che contribuiscono a fare di Pennabilli una delle più interessanti, vive, significative e propositive città d’arte del centro Italia.

Senza questa “ginnastica” culturale il Museo diventerebbe ben presto come un atleta che non si allena: prima asfittico, poi anchilosato e, infine, inutile.

Il poter realizzare questi progetti è perciò “vitale” per il Museo.

La MOSTRA sui QUADRATI MAGICI

Quadrato magico di ordine tre
Quadrato magico di ordine tre

La mostra sui quadrati magici, inaugurata il 15 luglio presso il museo Mateureka di Pennabilli, fa da sfondo e da contorno ad un fatto rilevante per il Museo: l’esposizione del più grande quadrato magico al mondo, entrato nel Guinness dei primati, il famoso “quadrato magico dei vampiri” di Adriano Graziotti.

I quadrati magici hanno affascinato i matematici, e la gente, per secoli. Fin dall’antichità furono collegati con il soprannaturale e con la magia. La più antica notizia riguardo a un quadrato magico proviene dalla Cina e risale al 2200 a.C. (v. foto Lo-Shu).

Cartelloni didattici
Cartelloni didattici

La mostra, oltre a spiegare le regole matematiche che sottostanno a queste particolarissime “scacchiere numeriche” dove la somma lungo ogni riga, colonna o diagonale dà sempre lo stesso risultato, presenta diversi, notevoli e famosi quadrati: l’incisione Melanconia del pittore tedesco Durer (1471-1528) che riporta il quadrato magico usato come amuleto per tenere lontana la peste (v. foto Mensula Jovis); il celebre Sator, quadrato semi-magico pompeiano; il quadrato di Fibonacci; quello di Eulero; il quadrato magico pieno di trucchi di Benjamin Franklin; quello della Villa Albani a Roma fino al “pan-quadrato magico dei vampiri” di Graziotti.

Una mostra, quella sui quadrati magici, che ha attinenza con settori certamente non banali della matematica come teoria dei gruppi, reticoli, quadrati latini, determinanti, partizioni, matrici e relazioni di congruenza in aritmetica e si colloca in una linea di ricerca antica ed al tempo stesso modernissima, che coniuga limpidezza e mistero, scienza e poesia.

Sator
Sator

In particolare sono presentati compiutamente i seguenti quadrati magici costruiti in pietra, legno, ferro, mattoni, vetro e porcellana:

QUADRATO MAGICO DI LATO TRE (in ferro)

I primi nove numeri si possono disporre in QM in una sola maniera, che però si può ripetere in otto varietà che differiscono solo per la rotazione dei numeri di 90°, 180° o 270° in senso orario

QUADRATO MAGICO DEI NUMERI PRIMI (in mattoni)

Il più piccolo QM di ordine 3 con soli numeri primi.

UN QUADRATO “SPECIALE” (in vetri colorati)

Abbinando i numeri di Fibonacci 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89, 144 (ogni termine è la somma dei due precedenti) ai primi 9 numeri naturali si forma un quadrato (non propriamente magico) nel quale la somma dei prodotti delle tre righe ( 9078+9240+9360=27.678) è uguale alla somma dei prodotti delle tre colonne ( 9256+9072+9350=27.678).

Incisione MELENCOLIA I di A. DÜRER (1471-1528) (in legno)

Quadrato magico di Albrecht Dürer
Quadrato magico di Albrecht Dürer

Riporta il QM di ordine 4 con costante 34, simbolo di Giove (Mensula Jovis)…”e se qualcuno lo porterà, se sarà sfortunato diventerà fortunato, se già sarà fortunato lo diventerà ancora di più”.

QUADRATO MAGICO CON IL DOMINO (in mattonelle di porcellana)

Abbiamo disposto i pezzi del domino in modo da ottenere un QM 7×7, con costante uguale a 24 (con una colonna laterale di spazi vuoti).

IL QUADRATO MAGICO DI VILLA ALBANI a ROMA (in pietra)

Quadrato magico di villa Albani a Roma
Quadrato magico di villa Albani a Roma

Composto nel 1766, di ordine 9, costante 369 con la seguente epigrafe:

“LECTOR SI DOCTUS ADMIRATOR SI IGNARUS SCITO QUADRATUS HIC MATHEMATICE CONSTRUCTUS AB UNO USUQUE AD OCTOGINTA UNUM 3321 UNITATES INCLUDIT QUAELIBET IPSIUS COLUMNAE TAM IN LINEA PLANA QUAM IN RECTA ET TRANSVERSALI UNITATES 369 QUAE DUCTAE PER NOVEM EASDEM 3321 UNITATES RESTITUUNT ET APPELLATUR MAXIMUS QUIA MAXIMAM POSSIDET EXTENSIONEM. VALE.

CAETANUS GILARDONUS ROMANUS PHILOTECNOS INVENTOR A.D. MDCCLXVI.” (O lettore, dotto ammiratore o profano che tu sia, sappi che questo quadrato costruito secondo le regole della matematica da 1 fino a 81 comprende 3321 unità; qualsiasi colonna dello stesso, sia in senso orizzontale che in quello verticale e trasversale, comprende 369 unità che moltiplicate per 9 danno appunto le medesime 3321 unità ed è chiamato massimo poiché possiede la massima estensione. Ti saluto.

Gaetano Gilardone romano filotecnico-inventore anno Domini 1766).

QUADRATO MAGICO DEI VAMPIRI di A. Graziotti (1983) (su forex)

Panquadrato magico dei vampiri
Panquadrato magico dei vampiri

E’ il più grande QM esistente, entrato nel Guinness dei primati del 1989. Questo “panquadrato” (tanti QM dentro un QM) è una singolarissima opera in cui il rigore matematico si fonde con l’arte astratta ed è suddivisa in 64 scacchi per lato per un totale di 4096 caselle; l’autore ha usato tutti i numeri naturali da 1 a 4096 nessuno escluso. La costante è 131.104.

L’artista ha pensato di includere nel suo quadrato qualcosa come 18 figure simmetriche rispetto al centro – croce, vampiri, greche, labirinti, semidiagonali – le cui caselle numeriche replicano tutte la prefissata costante 131.104. Disegno temerario, incredibile e bellissimo che solo la mente di un artista che ha avvertito la matematica come luogo e soggetto delle proprie realizzazioni poteva figurare.

 

Percorsi narrativi per l’infanzia a cura di Cristina Sedioli (narratrice e scrittrice per l’infanzia)

123 racCONTANDO 123 racCONTANDO

“1, 2, 3… racCONTANDO”, Storia di come n. 13 salvò la Principessa Zero dal regno dell’ Orco Frattale (per bambini dai 4 ai 10 anni).

“Fiabamuseo”. Storia di un “mostruoso” quaderno di matematica (per bambini dai 4 ai 10 anni).

 

I frattali sono molto più che una semplice curiosità matematica: infatti essi offrono un metodo assai  conciso per descrivere oggetti e formazioni. Molte strutture hanno una regolarità geometrica soggiacente, detta invarianza rispetto al cambiamento di scala o autosomiglianza. Se si esaminano questi oggetti a scale diverse si incontrano sempre gli stessi elementi fondamentali… La geometria frattale sembra descrivere le forme e le configurazioni naturali in modo più succinto ed esteticamente più valido rispetto alla geometria euclidea tradizionale. (Jurgens, Peitgen, Saupe. 1990).

INTRODUZIONE

La geometria frattale e la teoria del caos hanno messo in moto una vera e propria rivoluzione nella matematica e nella scienza, portando alla luce un nuovo modo di guardare alla realtà. Scienza e matematica hanno sempre cercato un ordine nel caos dell’universo. E’ interessante innanzitutto spiegare il significato di un’espressione come “scienza del caos” che può suonare inizialmente assurda. Questa scienza è riuscita a trovare un ordine in fenomeni che fino ad ora sono stati sempre visti come assolutamente caotici, ma tali fenomeni rimangono a tutt’oggi impredicibili e incontrollabili. Questa rivoluzione è nata dalla scoperta di un nuovo strumento di base per comprendere l’universo, ossia la geometria frattale. Tra le cose che i frattali riescono a rappresentare meglio si possono annoverare le piante, lo scorrere dei fluidi, l’attività geologica, le orbite planetarie, i ritmi fisiologici umani, il comportamento di gruppi animali, gli andamenti socioeconomici, ecc.

STORIA DEI FRATTALI

I pensatori dei tempi antichi notarono che esistevano due forme fondamentali: la linea e la curva. Le linee sono sempre state le figlie predilette degli intellettuali, mentre le curve hanno sempre appassionato gli artisti. La geometria così come la conosciamo fu inventata intorno al 300 a.C. da Euclide di Alessandria, e le sue concezioni hanno da allora dominato il pensiero occidentale. Partendo da assiomi intuitivi come “una retta possiede una lunghezza infinita”, Euclide sviluppò un gruppo coerente di regole logiche per descrivere i punti, le linee e le forme semplici.

Alcuni secoli più tardi, all’inizio del 1600, Cartesio sezionò lo spazio fisico proponendo la possibilità di misurare l’universo usando tre rette perpendicolari tra loro intersecate e suddivise in intervalli perfettamente regolari, il che consente di assegnare a qualunque oggetto esistente una posizione precisa nello spazio. Tutto il creato poteva in questo modo essere visto come una gigantesca pila di piccole scatole perfettamente cubiche. Questa idea divenne la base della visione del mondo della scienza moderna. Newton e Leibnitz presero in considerazione la visione cartesiana del mondo per portarla alla sua conclusione logica un secolo più tardi inventando il calcolo differenziale. L’idea fondamentale sottesa a questo calcolo è quella di trasformare le curve in linee rette in modo da potervi applicare i concetti lineari. Leibnitz asserì che tutte le curve sono costituite da segmenti infinitamente piccoli (chiamati linee tangenti o differenziali). Le linee tangenti sono il nucleo di quasi tutte le scienze e le matematiche moderne. Al giorno d’oggi tutti, dagli architetti agli economisti, usano le tecniche della differenziazione e il suo inverso, ossia l’integrazione, per formulare un sistema di interpretazione dell’universo. Tutti si basano sull’assunto che vuole ogni curva composta da un numero infinito di segmenti.

TRIANGOLO  DI  SIERPINSKI

Nel 1875 il matematico tedesco K. Weierstrass descrisse una curva continua che non poteva essere differenziata, e non sembrava quindi avere linee tangenti. Nello stesso periodo, la matematica fu scossa da un maremoto provocato da un numero sempre crescente di questo strano tipo di curve improvvisamente apparse sulla scena. Forse, il più famoso di questi fenomeni antenati dei frattali è il triangolo di Sierpinski. Per disegnare tale forma, il matematico polacco partì da un triangolo e lo divise in quattro porzioni uguali. La figura 1 mostra come vengono divisi i tre pezzi esterni nello stesso modo in cui viene diviso il triangolo iniziale, continuando nella procedura all’infinito. Avendo la possibilità di proseguire indefinitamente il disegno, si otterrebbe la forma matematica definita Sierpinski. Si provi ora a considerare un altro metodo di costruzione della medesima forma. Si immagini di prendere un triangolo pieno e di bucarlo invece di riempirlo con delle linee. Innanzi tutto, si può estrarre il pezzo centrale, quindi un pezzo più piccolo da ciascuno degli angoli e così via. Alla fine, si otterrebbe lo stesso triangolo (figura 2). Sierpinski incontrò i primi problemi quando tentò di calcolare la superficie di questa figura. Da un lato, un numero infinito di buchi svuota ogni particella dell’area piena e quindi la superficie equivale a zero. Per un altro verso,in ogni fase della procedura si preleva solo un quarto della superficie rimanente, lasciandone dunque tre quarti (ossia la maggior parte) inalterata. Indipendentemente dal livello di iterazione della procedura, ciò che rimane è più di ciò che viene prelevato e la superficie non dovrebbe dunque mai raggiungere lo zero. Dunque la superficie è o non è uguale a zero? L’intuito suggerisce una risposta negativa, ma una verifica tanto rigorosa quanto semplice dimostra il contrario. I problemi di questo tipo hanno complicato la vita di Leibnitz e persino quella dei greci antichi.

Tutte queste curve problematiche formarono una specie di “galleria di mostri” (termine utilizzato da H. Poincarè alle soglie del ventesimo secolo) che non potevano essere risolte con le conoscenze matematiche del diciannovesimo secolo.

LA LINEA COSTIERA DI KOCH

Se misuriamo la lunghezza di una linea costiera irregolare, i risultati del calcolo dipendono dalla lunghezza del righello che si utilizza; non esiste una risposta “esatta”. La figura 3 è una “linea” matematica. Questa forma è stata inventata dal matematico svedese H. Von Koch nel 1904, durante la grande crisi delle scienze matematiche (come molti suoi contemporanei, Koch era ossessionato dall’infinito).Oltre alle coste frattali, i matematici devono a lui l’individuazione degli strumenti per la soluzione delle matrici infinite di equazioni lineari. Per costruire la sua costa, Koch è partito da una linea e vi ha disegnato un’estrusione triangolare. La medesima estrusione viene poi tracciata su ogni segmento di linea che compone la figura risultante e così via. Le approssimazioni successive della linea costiera di Koch possiedono lunghezze sempre crescenti ( 1- 1,333- 1,778- 2,370… …7,492). Queste approssimazioni possono proseguire indefinitamente e la lunghezza totale sembrerebbe dunque infinita.

Collocando tre linee costiere di Koch intorno ad un triangolo, si può creare un’altra forma che è ancora più conosciuta, il fiocco di neve di Koch (figura 4).

DIMENSIONE FRATTALE

La geometria elementare ci insegna che un punto isolato, o un numero finito di punti, costituiscono una figura di dimensione 0; che una retta costituisce una figura di dimensione 1; che un piano, e ogni altra superficie ordinaria, costituiscono delle figure di dimensione 2; che un cubo ha dimensione 3. A questi fatti ben noti i matematici, a partire da Hausdorff 1919, hanno aggiunto che si può dire, di certe figure idealizzate, che la loro dimensione non è un intero: può essere una frazione, per esempio1/2, 3/5, ma è spesso un numero irrazionale, come log 4/log 3 =1,2618, o anche la soluzione di un’equazione complicata. La dimensione frazionaria della linea costiera triangolare di Koch è pari a circa 1,26 mentre la dimensione frazionaria della linea costiera quadrata di Koch è di circa 1,46. Più specificamente, la dimensione frattale si definisce come il rapporto tra il logaritmo del numero di copie e quello della dimensione della forma originale rispetto ad ogni copia. In effetti, l’idea di una dimensione frazionaria ha rivelato un potenziale che va ben oltre quanto avessero immaginato i suoi creatori. Dal momento che in natura abbondano le forme autosomiglianti come le linee costiere, esiste ora la possibilità di caratterizzare la maggior parte del nostro ambiente tramite  questo nuovo indice.

Le montagne, le nuvole, gli alberi e i fiori hanno dimensioni comprese tra due e tre, ed è ora possibile decifrare le caratteristiche di un oggetto osservandone le dimensioni.

La ricerca nel campo delle curve complesse è stata bruscamente interrotta all’inizio del ventesimo secolo da una barriera insormontabile: la difficoltà dei calcoli. I matematici passavano mesi a svolgere calcoli complessi per produrre un’approssimazione anche vaga di curve non lineari di livello di dettaglio infinito. Dal 1925 al 1960, i limiti del calcolo manuale hanno impedito di compiere progressi significativi nella geometria della complessità e dell’infinito.

Dopo di che, sono comparsi i primi computer che divennero i fidi compagni dei matematici.

E’ stato un biologo il primo a basare una teoria matematica su simulazioni computerizzate. Lindenmayer ha avanzato l’idea di automi cellulari per definire un modello di crescita degli organismi viventi nel 1968. In particolare, si interessava allo sviluppo cellulare e agli schemi di ramificazione delle piante. La teoria in se stessa, tuttavia, può essere applicata a un qualsiasi numero di scenari complessi.

AUTOMI CELLULARI

Un automa cellulare è un universo artificiale governato da semplici leggi naturali.Si possono scegliere la struttura di questo universo e le leggi cui obbedisce e poi lasciare che si sviluppi in base a questo sistema. Programmando le leggi in un computer, si può simulare un universo automatizzato e osservare la sua evoluzione (v. figura 5 e 6).

IL DRAGO DI HEIGHWAY

La figura 7 mostra lo sviluppo di un altro celebre automa cellulare grafico. In questo caso, l’univereso è costituito da “cellule” geometriche che appaiono come delle linee. Esiste una sola regola di propagazione: ogni linea si divide in due linee derivate di lunghezza dimezzata; la prima inizia dallo stesso punto da cui si diparte la linea di origine e procede con un’inclinazione di 45 gradi, mentre la seconda prosegue fino al punto finale della linea originale. Le prime due parti della figura 7 rappresentano il modello geometrico di questa regola. La linea orizzontale è quella di origine mentre le due linee inclinate sono quelle derivate.

LA GEOMETRIA DELLA NATURA

Verso il 1970, queste ricerche avevano raggiunto uno sviluppo sufficiente a gettare i presupposti per una rivoluzione nel campo della geometria. Lo scenario includeva gli esperimenti di Koch e Peano, le nuove dimensioni di Hausdorff, le affascinanti bizzarrie di Heighway e i modelli di autoreplicazione definiti da Lindenmayer. Le fondamenta di tale rivoluzione erano costituite dalla nuova tecnologia informatica che consentiva di superare i problemi di calcolo e visualizzazione che avevano fino a quel momento tenuto in scacco tutti gli studiosi.

Dai primi anni cinquanta in poi, il matematico Mandelbrot si era dedicato allo studio degli imprevedibili, e allo stesso tempo pressochè ciclici, alti e bassi del mercato dei beni di consumo. Il prezzo del cotone era oggetto privilegiato della sua attenzione perché erano disponibili dati affidabili riferiti a secoli di commercio. Il costo del cotone si comporta con uno strano tipo di ricorsività: le sue variazioni hanno all’incirca la stessa entità nell’arco dei secoli come di decenni o anche di pochi anni. In effetti, se si ingrandisce un grafico relativo all’andamento del prezzo del cotone nel tempo, ogni parte ha all’incirca il medesimo andamento dell’intero. Mandelbrot chiamò questa somiglianza statistica di una parte all’intero invarianza di scala (v. figura 8). Le registrazioni di altri fenomeni imprevedibili, come le piene dei fiumi o l’andamento del mercato azionario, presentano la stessa struttura intimamente ciclica.

Ciò che rende così complesse le fluttuazioni è il fatto che contengono dei cicli all’interno di cicli più ampi. Per simulare tale andamento, Mandelbrot utilizzò tecniche di iterazione come quelle di Sierpinski e Koch introducendo un fattore casuale ad ogni fase, in modo che la curva non risultasse periodica e artificialmente regolare. Nel 1977 Mandelbrot pubblica il libro “Gli oggetti frattali: forma, caso e dimensione” dove egli dimostrava come molti fenomeni quotidiani nel campo della fisica, della biologia e della matematica diano origine a frattali. Tutti i frattali che egli aveva preso in considerazione si erano rivelati, come la curva di Koch, autosimili per cambiamenti di scala e per traslazioni (in linguaggio matematico , invarianti per trasformazioni lineari ). Alla fine del 1979 Mandelbrot era giunto alla conclusione che valesse la pena esaminare, servendosi di un calcolatore, il comportamento della particolare funzione  x^2+c, in cui sia la variabile x sia il parametro costante c sono numeri complessi. Nel 1982, Mandelbrot ha pubblicato la pietra miliare della sua produzione “The fractal geometry of Nature”. Ha coniato il termine frattale (dal latino frangere, che significa suddividere in frammenti irregolari).

Per aderire alla categoria frattale, una forma deve avere una dimensione Hausdorff/Besicovitch maggiore della sua tradizionale dimensione topologica. In sostanza, i frattali sono quelle stranezze che occupano uno spazio che i matematici hanno abbandonato considerandole incomprensibilmente complesse. Mandelbrot ha anche fatto notare che “algebra” e “frattale” sono etimologicamente opposti. Una volta esplorati i frattali “naturali” autosomiglianti, Mandelbrot scoprì delle procedure iterattive  che servivano a produrre delle costruzioni matematiche astratte, come i famosi insiemi di Mandelbrot e di Julia. Come gli altri frattali, questi insiemi erano stati scoperti molto prima dell’epoca di Mandelbrot, ma erano così complessi che sarebbe stato impossibile visualizzarli e studiarli senza usare dei computer.

L’INSIEME DI MANDELBROT

Per visualizzare l’insieme di Mandelbrot (v. figura 9 ), ogni punto dello schermo del computer viene moltiplicato per se stesso ripetutamente e aggiunto ogni volta al punto originale. E’ certamente la frontiera dell’insieme che offre il terreno di indagine più interessante. E’ stato dimostrato che l’insieme di Mandelbrot è strettamente collegato con il comportamento di tutti i processi dinamici; come tale occupa un posto speciale di primaria importanza in matematica, insieme ad altre figure particolari come il cerchio e i poligoni regolari. Nonostante la semplicità della formula che genera l’insieme di Mandelbrot, i matematici che l’hanno scoperta l’hanno definita come l’oggetto più complesso in assoluto in matematica (è opportuno rimarcare che non fu Mandelbrot a scoprire l’insieme di Mandelbrot). Qualcuno potrebbe definire l’insieme di Mandelbrot come un mostro matematico. Mandelbrot lo ha invece chiamato “la geometria della natura”.

Un ingrandimento dell’insieme di Mandelbrot mostra lo stesso tipo di ramificazione che si riscontra in fenomeni naturali come i fulmini, i cristalli, le crescite aeree delle piante, liquidi che si sciolgono, forme a spirale come quelle delle conchiglie o dei girasole oppure, con l’aggiunta di una colorazione biomorfica, forme che assomigliano ad organismi monocellulari, ecc…

GLI INSIEMI DI JULIA

Un insieme di Julia viene originato prendendo un determinato punto,moltiplicando ripetutamente ogni altro punto per il primo, e sommando ogni volta al punto originale. Pertanto, ogni punto sul piano ha un suo insieme di Julia. Nella figura 10 si possono vedere alcuni insiemi di Julia. L’equazione di iterazione per gli insiemi di Julia è esattamente la stessa usata per l’insieme di Mandelbrot. Le uniche differenze sono costituite dal significato di c e dal punto iniziale dell’orbita. Quando si calcola un insieme di Julia, si utilizza un valore costante c per tutti i punti sullo schermo e l’orbita inizia in corrispondenza del punto dello schermo che viene colorato invece che dall’origine (0,0). Gli insiemi di Mandelbrot e di Julia presentano ovviamente delle correlazioni notevoli. Infatti se si ingrandisce un punto dell’insieme di Mandelbrot, l’immagine intorno a quel punto assomiglia sempre più a un insieme di Julia mano a mano che ci si avvicina.

Gli insiemi di Julia dalle forme più strane, bizzarre, e quindi più interessanti, sono quelli corrispondenti a punti prossimi alla frontiera dell’insieme di Mandelbrot, cioè a quelli che danno origine a successioni periodiche. Nessuno sa con certezza come accade che le spirali e le ramificazioni degli insiemi di Mandelbrot e di Julia possano originare da semplici equazioni non lineari, per non parlare delle ragioni per cui seguono gli schemi archetipici della natura in modo così aderente. Questi argomenti sono la frontiera più avanzata della ricerca matematica e scientifica attuale. Fin dai tempi antichi, il nitido ordine della matematica si è contrapposto al caos imprevedibile della natura.

ORDINE E CAOS

Il flusso turbolento dell’acqua che scorre in un torrente è un esempio tipico di quei fenomeni che tradizionalmente sono stati esclusi da una puntuale indagine scientifica in quanto caotici, aventi cioè un comportamento imprevedibile e non ripetibile. La scienza della complessità rappresenta oggi una vera e propria rivoluzione scientifica paragonabile a quella, radicale, che ha contraddistinto la più classica e nota delle rivoluzioni scientifiche, quella copernicana. Se, infatti, il sistema astronomico proposto da Copernico ha richiesto l’abbandono della precedente visuale antropocentrica, che vedeva l’uomo occupare un posto centrale nell’intero universo, la scienza della complessità impone un definitivo cambiamento di prospettiva nei confronti di un concetto antico quanto il pensiero umano: il caos

Ordine e caos. Nel corso della storia, e all’interno dell’universo, sono loro a contendersi la supremazia: una piccola variazione di pressione può trasformare il regolare flusso dell’acqua da un rubinetto in un complesso caos di vortici; comunità animali ordinate, comprese quelle umane, possono essere trasformate con incredibile facilità in anarchie incontrollabili. Al polo opposto l’ordine può emergere dal caos, come testimonia l’evoluzione della vita dal caos formale dell’universo, ultimo gradino il genere umano. Il passaggio dall’ordine al caos, e il successivo emergere dell’ordine dall’interno di quel caos, viene rivelato in modo evidente dallo studio di semplici circuiti retroattivi. L’aspetto essenziale del meccanismo di retroazione è questo: esiste una certa quantità x che varia (nel tempo o in relazione a  qualche altra variabile) in modo tale che il valore di x in qualsiasi istante dipende con andamento regolare dal suo valore nell’istante precedente ( figura 11). Procedimenti di questo tipo permeano tutte le scienze esatte e la maggior parte, se non tutte, delle scienze sperimentali. Molta della matematica moderna è stata sviluppata per trattare tali procedure; ad esempio, il caso in cui l’incremento tra la vecchia x e la nuova x è infinitesimale portò allo sviluppo di varie tecniche per la risoluzione delle equazioni differenziali.

Si deve a Cartesio l’intuizione fondamentale secondo cui il legame tra grandezze fisiche- che possono assumere, a seconda delle circostanze, valori diversi, e per questo sono chiamate variabili – è esprimibile con relazioni matematiche di eguaglianza: le equazioni algebriche (così definite perché proprio le regole dell’algebra stabiliscono come effettuare somme e prodotti fra tali variabili). Un metodo efficace per rappresentare variazioni piccolissime delle variabili è il calcolo infinitesimale elaborato, contemporaneamente ma in modo indipendente, da Newton e Leibnitz. Esso dà luogo a un nuovo tipo di equazioni, dette differenziali, le quali pongono in relazione variabili e derivate, gli elementi che esprimono l’entità della variazione. La somma di un numero infinitamente grande di quantità infinitesime è consentita poi dall’integrazione (cioè l’operazione che consente di calcolare un integrale). Le equazioni differenziali costituite da termini che contengono ciascuno solamente una variabile (o una sua derivata) vengono dette lineari, mentre non lineari si definiscono quelle equazioni differenziali dove sono presenti anche termini che contengono prodotti di variabili (o delle loro derivate). Le prime sono risolvibili applicando i metodi del calcolo infinitesimale e corrispondono a modelli matematici dei sistemi fisici che introducono semplificazioni e idealizzazioni.

Per descrivere i fenomeni caotici nella loro concretezza sono invece indispensabili le seconde, che in generale possono essere risolte solamente assegnando via via valori numerici diversi alle variabili e alle loro derivate; un metodo di calcolo che è affrontabile solo disponendo dei più potenti strumenti elettronici di elaborazione.

LA FINE DEL SOGNO DETERMINISTICO

Fu il fondamentale teorema elaborato nel 1892 dal grande matematico H. Poincaré a incrinare  irreversibilmente il sognodeterministico della fisica classica. Analizzando problemi di meccanica celeste, Poincaré stabilì che, mentre le orbite percorse da due corpi (ad esempio il Sole e un suo pianeta) sono regolari e prevedibili, l’interazione anche soltanto con un terzo corpo (un satellite del pianeta) provoca perturbazioni tali che il comportamento del sistema globale risulta intrinsecamente instabile; ovvero – come è possibile affermare attenendosi rigorosamente alle prescrizioni dell’analisi matematica – le equazioni differenziali che lo descrivono non sono integrabili. Questo significa che tali equazioni non danno luogo a una soluzione unica allorchè, a partire da un certo stato iniziale, si intende determinare la traiettoria compiuta dai tre corpi in un intervallo di tempo.

Attraverso il teorema di Poincaré diviene evidente che i sistemi dinamici, nella loro grande maggioranza, non sono stabili, e hanno dunque un certo grado intrinseco di caoticità. Anche considerando le sole interazioni gravitazionali, dobbiamo constatare che persino l’evoluzione, in un intervallo di tempo piuttosto lungo, di un sistema che appare così regolare e prevedibile come quello solare non può essere conosciuta e descritta analiticamente con assoluta precisione. La figura 12 riproduce una simulazione al computer del percorso, chiaramente caotico, tracciato da un “pianeta di prova” che orbita nel campo gravitazionale prodotto dall’azione combinata di sue “soli” fissi S’ e S” di uguale massa; t1 e t2 rappresentano due istanti di tempo successivi.

CONCLUSIONE

Secondo Mandelbrot, nello studio delle curve piane appare una gerarchia di complessità crescenti:

Al primo livello si collocano le curve regolari come la retta e la circonferenza, che localmente si confonde con la retta. A tale livello appartengono pure le curve classiche elementari.

Al secondo livello possiamo porre le curve frattali classiche, nelle quali la complicazione non cambia quando ci avviciniamo: possono diventare più o meno complicate, ma c’è una “invarianza” della forma rispetto alla distanza. Abbiamo allora una dimensione frattale che è compresa fra 1 e 2, e tale dimensione rimane la stessa quando ci avviciniamo alla curva.

Al terzo livello troviamo l’insieme di Mandelbrot: quando ci avviciniamo sempre di più riconosciamo in alcuni particolari ciò che si osserva globalmente. Però abbiamo un costante aumento della complessità, e possiamo dire che il caos aumenta, ma esso ha una struttura ordinata, perché descrivibile matematicamente.

Infine, al quarto livello tutto è davvero caotico e se ci avviciniamo non si scorge più nei dettagli ciò che si vedeva globalmente, ma si osservano delle cose nuove e impreviste.

Possiamo quindi concludere che il livello più semplice era quello studiato dalla geometria elementare. Il secondo livello è di grande importanza nelle applicazioni perché si riscontra facilmente in natura. Il terzo livello è quello dell’insieme di Mandelbrot, ed il quarto corrisponde al caos più completo ed incontrollabile.

Con questa classificazione si passa da ciò che è semplice e regolare a quello che risulta estremamente caotico, ed emergono allora le categorie di fondo del pensiero scientifico, cioè il rapporto locale-globale e ordine-caos. Mandelbrot arriva allora alla inattesa conclusione che questi oggetti che venivano considerati “mostruosi” sono in effetti ciò che osserviamo in natura. Queste forme di ordine entro il caos possono essere formalizzate con i metodi della geometria frattale.

Nella concezione meccanicistica l’Universo viene considerato come una meravigliosa macchina, formata da parti indipendenti, nella quale il tutto è la somma delle singole parti. Entro tale schema, l’evoluzione cosmica risulta univocamente determinata dalle leggi meccaniche, una volta note  le condizioni iniziali. La scienza moderna ha superato il meccanicismo, il determinismo e il riduzionismo, per vari motivi, molto diversi:

Con la “relatività di Einstein” (1905) viene dimostrato che non è possibile ridurre l’elettromagnetismo alla meccanica, ed appare allora un profondo legame tra lo spazio e il tempo.

Con la “fisica quantistica” (1927) viene introdotto il “principio di indeterminazione” di Heisenberg, e il doppio aspetto corpuscolare e ondulatorio in microfisica. Le leggi fisiche diventano allora di tipo probabilistico.

Con la “teoria unitaria del mondo fisico e biologico” di Fantappié (1942), vengono introdotti i fenomeni “sintropici”. Si ha quindi una dipendenza dei fenomeni dal passato (cause) e dal futuro (fini). Di conseguenza nell’universo abbiamo una doppia tendenza verso l’ordine e verso il disordine.

Con il “caos deterministico”, scoperto da Lorenz (1963), viene dimostrato come sistemi deterministici anche molto semplici possono avere un comportamento “caotico”, ed allora ogni previsione sull’evoluzione del sistema è impossibile. Se studiamo un modello semplificato dei fenomeni metereologici, con tre gradi di libertà, esso si comporta in modo caotico, cioè imprevedibile. Utilizzando il computer si trova allora il nuovo “attrattore caotico” di Lorenz, che è un frattale. Infatti in un sistema caotico le perturbazioni microscopiche vengono enormemente amplificate ed interferiscono con il comportamento microscopico del sistema. Accade allora che due orbite vicine divergono sempre di più rendendo impossibile ogni previsione sul comportamento del sistema.

La nuova “scienza del caos” che così si ottiene si propone di studiare i sistemi “complessi” ed apparentemente disordinati. Si trova allora che molti fenomeni della natura stanno a metà strada tra determinismo e indeterminismo e tra ordine e disordine.

Possiamo quindi concludere che con la scoperta del caos e degli attrattori di tipo frattale, si ha una grave sconfitta del “riduzionismo” in base al quale le proprietà globali sono univocamente determinate da quelle locali. In effetti, le interazioni dei componenti di un sistema ad una data scala possono produrre un comportamento globale completamente diverso, e questo porta a una vera e propria rivoluzione nella fisica, paragonabile a quella della relatività e dei quanti.

SITI INTERNET  PER SAPERNE DI PIU’:

BIBLIOGRAFIA (in italiano)

  • Caos. La nascita di una nuova scienza  di J. Gleick. Rizzoli
  • Complessità.Uomini e idee al confine tra ordine e caos di M.M. Waldrop. Instar libri
  • Gli oggetti frattali di B.B. Mandelbrot. Einaudi
  • La geometria della natura di B.B. Mandelbrot. Montedison-Mi
  • La bellezza dei frattali di Peitgen e Richter. Bollati Boringhieri
  • L’estetica del caos di J. Briggs. Red edizioni
  • Caos e frattali di R.L: Devaney. Addison-Wesley Italia
  • Spazio,iperspazi,frattali di G. Arcidiacono. Di Renzo Editore
  • Frattali di D.Oliver e D. Hoviss. Jackson libri
  • Frattali: realizzazioni con il computer di F.Rossati e G.Gamarino. Levrotto e Bella-To
  • Frattali Flib Asteroidi di S. Bettelli e R. Biolchini. Zanichelli
  • Dove va la matematica (cap. 4) di K.Devlin. Bollati Boringhieri

Il Museo di Informatica e Storia del Calcolo di Pennabilli  ha 280 programmi scientifici sui frattali ; cdrom e videocassette sui frattali e la teoria del caos e una collezione di oltre 12.000 frattali già calcolati e memorizzati.

  • APPENDICE 1 : Punti singolari e curve patologiche
  • APPENDICE 2 : Triangolo di Sierpinski
  • APPENDICE 3 : La curva di Koch
  • APPENDICE 4 : Frattali e autosimilarità
  • APPENDICE 5 : Invarianza di scala e leggi di potenza
  • APPENDICE 6 : L’algoritmo dell’insieme di Julia
  • APPENDICE 7 : L’algoritmo dell’insieme di Mandelbrot

a cura del prof. Baldoni Renzo , direttore del Museo

 

π = 3,1415926535897932384626433832795028841971693993751105820974944592307816406…

PREMESSA

La ricerca di π è radicata profondamente nello spirito umano. Il rapporto fra una circonferenza e il proprio diametro, simbolicamente rappresentato dalla lettera greca π, interviene spesso in matematica, fisica, statistica, ingegneria, architettura, biologia, astronomia e persino nelle arti.

Il π è nascosto nei ritmi delle onde acustiche come di quelle del mare, ed è onnipresente sia in natura sia in geometria. Il matematico inglese Augustus De Morgan scrisse una volta, a proposito del π, “questo misterioso 3,14159…che entra da ogni porta e da ogni finestra e che si trova sotto ogni tetto”.

STORIA DEL PI GRECO

Ai bambini della scuola, normalmente, si fa fare questa semplice sperimentazione: una cordicella avvolta attorno alla periferia di un cerchio è poco più di tre volte più lunga del suo diametro. Misurando con maggiore precisione gli allievi scoprono che il valore del pezzo di cordicella che eccede il triplo del diametro è più di un ottavo del diametro ma meno di un quarto.

EGIZIANI

La più antica documentazione esistente di questo rapporto ci è stata lasciata da uno scriba egizio di nome Ahmes intorno al 1650 a.C., in quello che è noto oggi come il Papiro di Rhind. Ahmes scrisse: ” Togli 1/9 a un diametro e costruisci un quadrato sulla parte che ne rimane; questo quadrato ha la stessa area del cerchio”. Poiché sappiamo che l’area del cerchio è uguale a πr , se quest’area è il quadrato di 8/9 del diametro, il testo di Ahmes implica che il rapporto della circonferenza al diametro è pari a 16 – 9 = 3,16049… Il valore implicito di Ahmes si discostava di meno dell’1 per cento dal vero valore di circa 3,141592, manifestando una precisione notevole per quel tempo. Questo risultato non ebbe però alcuna diffusione. Mille anni dopo i babilonesi e gli antichi ebrei continuavano infatti a usare il valore 3, che era molto meno esatto. Le formule contenute nel Papiro Rhind sono anche il primo caso documentato di un tentativo di “quadrare il cerchio”, ossia di costruire un quadrato con la stessa area del cerchio.

Gli storici della matematica attribuiscono spesso agli egizi il valore di π= (256/81). In realtà non c’è alcuna prova diretta che gli egizi abbiano considerato π un numero costante, e tanto meno che abbiano tentato di calcolarlo. Essi furono invece certamente interessati a trovare il rapporto fra il cerchio e il quadrato , probabilmente allo scopo di misurare con precisione terreni ed edifici.

EBREI

La Bibbia ci fornisce informazioni molto chiare sul valore π raggiunto dagli antichi ebrei. Nello Antico Testamento, I Re,7:23, leggiamo a proposito dell’altare costruito nel tempio di Salomone: “Poi fece il mare fuso: dieci cubiti da una sponda all’altra cioè completamente rotondo; la sua altezza era di cinque cubiti e una corda di trenta cubiti lo circondava all’intorno”. Questo passo (che è quasi identico a π Cronache,4:2) indica che il rapporto della circonferenza al diametro è 3; esso fu scritto probabilmente intorno al VI secolo a.C. (anche se descrive il tempio costruito nel X secolo a.C.).

GRECI

Dopo che in Egitto lo scriba Ahmes ebbe registrato le sue formulazioni, per un migliaio di anni nessuno dedicò più molte riflessioni al rapporto fra cerchi e quadrati.. Per tutto quel tempo egizi e babilonesi ritennero che la comprensione elementare del rapporto fosse sufficiente ai fini dell’agrimensura e della costruzione degli edifici. Lo studio della misura del cerchio fu ripreso con rinnovato impegno nel quarto secolo a.C. dai greci. Il primo pensatore greco a tentare di trovare un rapporto definitivo fra un cerchio e un quadrato fu Anassagora di Clazomene (500-428 a.C.). La quadratura del cerchio fu uno dei problemi matematici più antichi.

Poco tempo dopo Antifonte e Brisone di Eraclea, contemporanei di Socrate (469-399 a.C.), tentarono di trovare l’area di un cerchio usando una brillante nuova idea: il principio di esaustione.

Se si prende un esagono e si raddoppiano i suoi lati trasformandolo in un dodecagono, e poi li si raddoppia ancora, e ancora, prima o poi si avrà un poligono con un numero di lati tanto grande da essersi trasformato in un cerchio. Prima Antifonte stimò l’area di un cerchio, calcolando l’area dei successivi poligoni -dal numero di lati sempre maggiore- in esso inscritti. Poi Brisone fece un secondo passo rivoluzionario, calcolando le aree di due poligoni, uno inscritto nel cerchio e l’altro ad esso circoscritto. Egli ipotizzò che l’area del cerchio dovesse essere compresa fra le aree dei due poligoni: questa fu probabilmente la prima volta che si determinò un risultato usando limiti inferiori e superiori. Un paio di secoli dopo, la sfida fu ripresa dal siracusano Archimede ( 287- 212 a.C.) uno fra i massimi pensatori della storia, straordinario matematico, fisico e inventore.

Quando rivolse la sua attenzione al cerchio, Archimede usò nei suoi calcoli i metodi di esaustione di Antifonte e Brisone. Si concentrò però sui perimetri dei due poligoni anziché sulle loro aree, trovando così un’approssimazione alla circonferenza del cerchio. Egli raddoppiò quattro volte i lati di due esagoni, ottenendo due poligoni di 96 lati, di cui calcolò i perimetri. Successivamente rese pubbliche le sue scoperte nel libro “Misura del cerchio”.( v. appendice 6): “La circonferenza di ogni cerchio è tripla del diametro, più una parte minore di un settimo del diametro e maggiore di dieci settantunesimi”(prop.3). Archimede sapeva di poter descrivere solo i limiti superiore e inferiore del rapporto, ma se si fa una media dei due valori si ottiene 3,1419, con un errore di meno di tre decimillesimi del valore reale.

Nella storia delle matematiche c’è dissenso sul problema se a calcolare il limite inferiore del rapporto come pari a 211875/67441 (ossia circa 3,14163) sia stato Apollonio di Perga (grande matematico, di trent’anni più giovane di Archimede) o lo stesso siracusano, fondandosi sulla “Misura del cerchio”. Ma chiunque abbia compiuto i calcoli, questo è l’ultimo valore registrato di prima che il famoso astronomo Tolomeo (87-165) usasse, oltre due secoli dopo, il valore meno esatto di 3 17/120 (circa 3,14167).

ROMANI

Al culmine del loro impero (27 a.C.- 476 d.C.), i romani usarono spesso per π il valore di 3 1/8 (pur sapendo che 3 1/7 era più esatto), perché per le loro legioni era più facile usare 1/8 (che è una metà di una metà di una metà). In effetti, un trattato romano di agrimensura contiene addirittura le seguenti istruzioni per la quadratura del cerchio: “Dividi la circonferenza di un cerchio in quattro parti e prendine una come lato di un quadrato; questo quadrato avrà l’area uguale al cerchio”. Ciò implica che π= 4. Conoscendo queste cose, ci sorprende che i romani abbiano potuto costruire i loro grandi monumenti.

CINESI

E’ noto che la Cina fu sede di una fra le più antiche civiltà scientifiche e matematiche. Ma benchè già nel XII secolo a.C. la matematica cinese avesse raggiunto buoni livelli, i cinesi continuavano a usare nei loro calcoli il valore di π=3. Gli autentici progressi della Cina nella misurazione del cerchio si sarebbero avuti solo novecento anni dopo. Ch’ang Hong, ministro e astrologo dell’imperatore An-ti nella prima metà del π secolo d.C., prima di morire, nel 139, scrisse che il quadrato della circonferenza di un cerchio sta al quadrato del perimetro del quadrato circoscritto come 5 sta a 8. Usando un cerchio unitario (un cerchio con diametro pari a 1), abbiamo che π /16= 5/8, cosicchè eseguendo il calcolo troviamo che il valore implicito di π è uguale a V10 (ossia circa 3,162). Pur essendo tutt’altro che esatto, il valore V10 divenne per molti anni l’approssimazione più popolare per π in tutta l’Asia. Wang Fau (229-267) adottava per π il valore di 3,156. Liu Hui, nel 263, usando il metodo di esaustione con un poligono di 3072 lati , trovò per π il valore di 3,1416.

L’astronomo del V secolo Tsu Ch’ung-chih, usando poligoni inscritti di almeno 24.576 lati (con ogni probabilità partì da un esagono e ne raddoppiò il numero dei lati undici volte: 6×2 ), dedusse ch eπ vale approssimativamente 355/113 (circa 3,1415929). Questo valore differisce di solo 8 milionesimi dell’1 per cento dal valore oggi accettato di 3,141592653589…Nessuno avrebbe trovato un valore più esatto per oltre mille anni.

INDIANI

Attorno al 530 d.C. il grande matematico indiano Aryabatha trovò un’equazione per calcolare il perimetro di un poligono di 384 lati; ne ricavò un rapporto fra circonferenza e diametro di V9,8684 (= 3,1414). Scrisse Aryabatha che se a è uguale al lato di un poligono regolare di n lati inscritto in un cerchio di diametro unitario, e b è il lato di un poligono regolare inscritto di 2n lati, allora b=V[1/2-1/2V(1-a )]. Questa è l’equazione usata per trovare il suo ben noto valore di π.

Il più grande matematico indiano del Vπ secolo, Brahmagupta calcolò i perimetri dei poligoni inscritti di 12, 24, 48 e 96 lati, ottenendo, rispettivamente, i valori di V9,65, V9,81, V9,86, V9,87. Poi, armato da questa informazione, fece un salto di fede supponendo che, all’approssimarsi dei poligoni al cerchio, i perimetri, e quindi il π, si sarebbero approssimati a V10. Era, ovviamente, del tutto in errore. Appare strano che non si sia reso conto che le sue radici quadrate stavano convergendo verso un numero significativamente minore di 10 (in effetti il quadrato di π è solo di poco maggiore di 9,8696). La radice quadrata di 10 fu tuttavia il valore da lui adottato, e fu il valore che si diffuse dall’India all’Europa, e che fu usato nel Medioevo dai matematici di tutto il mondo, forse anche grazie al fatto che è così facile da trasmettere e da ricordare.

ARABI

Nel IX secolo, matematica e scienza stavano prosperando nelle culture islamiche, specialmente nell’attuale Iraq, dove viveva e insegnava uno dei più grandi matematici, Abu ‘Abd-Allah ibn Musa al-Khwarizmi. Nelle sue opere usò per il π i valori di 3 1/7, V10 e 62.832/20.000, attribuendo il primo ai greci e gli altri due a matematici indiani. Fatto più importante, nei suoi scritti usò le cifre indiane, successivamente note anche come arabe, compresi lo zero e la virgola dei decimali.

MEDIOEVO

Nel 1085 Alfonso VI di Castiglia strappò agli arabi la città di Toledo e, con essa, una grande biblioteca. Il sovrano promosse la traduzione latina di opere scientifiche dall’arabo, dal greco e dall’ebraico. Anche i crociati dell’ XI-XIII secolo portarono in patria libri e insegnamenti. Adelardo di Bath, all’inizio del XII secolo, tradusse in latino gli Elementi di Euclide, l’Almagesto di Tolomeo, le opere di al-Khwarizmi e introdusse nell’Occidente i numeri arabi e la relativa notazione.

Nel 1202 Leonardo Pisano (Fibonacci) scrisse il Liber abaci , che contribuì alla diffusione in Europa dei numerali arabi e nel 1220, nella Practica geometriae, Fibonacci usò il valore approssimato di π di 1440/ (458 1/3) o di 864/275 (circa 3,1418). Il filosofo Alberto di Sassonia (1316-1390) scrisse nel “De quadratura circuli” che il rapporto della circonferenza al diametro era esattamente 3 1/7. Alla metà del Quattrocento il cardinale Niccolò Cusano affermò di avere quadrato esattamente il cerchio, trovando che il rapporto della circonferenza al diametro era di 3,1423. Il suo metodo sarebbe stato in seguito dimostrato falso da Regiomontano (Johannes Muller, 1436-1476). Nel 1579 Viète usò lo sperimentato metodo di Archimede dei poligoni inscritti e circoscritti per stabilire che π era maggiore di 3,1415926535 e minore di 3,1415926537. Per ottenere questo risultato raddoppiò i lati di due esagoni sedici volte, trovando il perimetro dei poligoni, inscritto e circoscritto, di 393.216 lati ciascuno. Ma benchè il suo valore, esatto fino alla decima cifra decimale, fosse la misurazione di π più esatta ottenuta fino allora, la conquista maggiore di Viète fu quella di esprimere π usando un prodotto infinito. Questa fu, forse, la prima volta in cui si usò un prodotto infinito per descrivere qualcosa; fu anche uno dei primi passi nella successiva evoluzione della matematica verso identità trigonometriche avanzate e verso il calcolo infinitesimale. Anche tre matematici olandesi del tardo cinquecento usarono il metodo archimedeo dei poligoni per calcolare π. Nel 1585 Adriaan Anthonisz trovò che 377/120>π>333/106. In notazione decimale, ciò significa 3,14167>π>3,14151). Otto anni dopo Adriaan van Roomen determinò π fino al quindicesimo decimale, usando in poligono inscritto di più di cento milioni di lati! Infine, Ludolph van Ceulen spese vari anni a calcolare π fino alla ventesima cifra decimale usando lo stesso metodo di Archimede, con la differenza che i suoi poligoni avevano più di 32 miliardi di lati ciascuno (60×2 ). Quando morì, nel 1610, van Ceulen aveva calcolato 35 cifre decimali, con gli stessi metodi usati dai matematici per migliaia di anni.

IL SEICENTO, SETTECENTO, OTTOCENTO

Il metodo di esaustione era troppo scomodo per essere usato da molti altri nel tentativo di procedere oltre. Nel 1621 il matematico olandese Willebrord Snell trovò un metodo di calcolare fondato più sull’intelligenza che sulla resistenza. Mentre i suoi predecessori avevano ogni volta raddoppiato il numero dei lati di un poligono, Snell trovò un’approssimazione migliore usando lo stesso numero di lati. Semplicemente inscrivendo e circoscrivendo un esagono a un cerchio, poté determinare che π è compreso fra 3,14022 e 3,14160. Usando un poligono di 96 lati, Snell riuscì a determinare il valore di π fino alla sesta cifra decimale e con un po’ più di lavoro riuscì a verificare le 35 cifre decimali di van Ceulen. Christian Huygens inscrivendo semplicemente un triangolo riuscì incredibilmente a uguagliare l’approssimazione di Archimede per il valore di π; con un esagono riuscì a determinare nove cifre decimali esatte, usando i limiti 3,1415926533 e 3,1415926538.

Il matematico inglese John Wallis, contemporaneo di Huygens, affrontò in modo nuovo il problema di trovare l’area di un cerchio. L’equazione di Wallis, come quella di Viéte, è un prodotto infinito, ma ne differisce per il fatto di implicare solo operazioni razionali senza alcun bisogno di radici quadrate. Nel seicento vissero molti altri grandi matematici: Pascal, Keplero, Cavalieri, Fermat, per citarne solo alcuni. Ognuno di loro fornì un pezzo importante alla soluzione del rompicapo e si avvicinò di un passo all’importantissima innovazione del calcolo infinitesimale.

James Gregory trovò una soluzione estremamente elegante del calcolo delle arcotangenti, che condusse poi a un metodo completamente nuovo di calcolare π: le serie di arcotangenti. Tre anni dopo che Gregory ebbe trovato questa nuova soluzione, il tedesco Leibniz scoprì indipendentemente la serie di arcotangenti. Leibniz fu uno dei padri del calcolo infinitesimale. L’altro padre fu Newton (1642-1727).

Per determinare il rapporto della circonferenza al diametro non bastavano più calcoli elementari. Il calcolo infinitesimale e le serie di arcotangenti permisero ai matematici di compiere calcoli molto più rapidi rispetto alla misurazione di poligoni; in effetti il calcolo di soli quattro termini di una delle serie di Newton dà 3,1416. Ben presto il vero problema divenne quello dell’efficienza: trovare un’equazione che convergesse su π con la massima rapidità. Alla fine del seicento, disponendo di questi nuovi strumenti, la ricerca delle cifre decimali di π fece un brusco salto in avanti. Nel 1699 Sharp trovò 72 cifre decimali; nel 1706 Machin 100 decimali; nel 1719 de Lagny calcolò 127 cifre (ma solo 112 erano corrette). Settantacinque anni dopo, Vega calcolò 140 cifre.

Poi,alla metà del settecento, rivolse per breve tempo la sua attenzione al calcolo di π uno fra i massimi e più prolifici matematici di tutti i tempi, Leonhard Euler (meglio noto come Eulero).

Eulero trovò molte formule di arcotangenti e serie per calcolare π, usò un metodo per calcolare 20 cifre decimali in una sola ora. Dopo i brillanti passi avanti di Eulero, l’Ottocento sembra decisamente scarso se ci si limita a considerare i progressi compiuti nei metodi per il calcolo di π .

In effetti, solo all’inizio del XX secolo un altro matematico avrebbe trovato un nuovo insieme di equazioni da applicare al problema. I cacciatori di cifre continuarono tuttavia a trovare un numero di cifre sempre maggiore: Callet 152 (1837), Rutherford 208 (1841), Clausen 248 (1847), Rutherford 440 (1853), Shanks 607 (1853), Shanks 707 (1873).

IL NOVECENTO

Nel 1945 D.F. Ferguson calcolò 530 cifre di π con una formula con arcotangenti. Questo risultato fu il frutto di un intero anno di lavoro con carta e penna, al ritmo medio di poco più di una cifra al giorno. Nel 1947 Ferguson, con l’aiuto di una delle prime calcolatrici da tavolo, aveva trovato 808 cifre di π. Nel 1948 Smith e Wrench trovarono la millesima cifra decimale di π. Nel 1949 G. Reitwiesner, J. von Neumann e N.C. Metropolis usarono il computer Eniac, con 19.000 valvole e centinaia di migliaia di resistori e capacitori, per calcolare 2037 cifre di π. Questo calcolo richiese solo settanta ore con una media di una cifra ogni due minuti. Con l’avvento dei computer elettronici, nel 1954, si potè calcolare 3089 cifre in soli tredici minuti ( circa 4 cifre al secondo). Nel 1958 le prime 704 cifre in soli 40 secondi., Le prime 10.000 cifre in un’ora e quaranta minuti. Nel 1961 con un Ibm 7090 furono trovate 100.265 cifre con un tempo medio di 3 cifre al secondo.

Nel 1973 J. Guilloud e M. Bouyer trovarono la milionesima cifra. Nel 1982 si trovò il valore di π fino all’8.388.608 ° (= 2 ) decimale in poco meno di sette ore. La combinazione di computer sempre più potenti e dell’algoritmo di Gauss-Brent- Salamin hanno lanciato i calcoli di π verso altezze stratosferiche. Mentre scriviamo, Kanada e Takahashi hanno calcolato e verificato più di 51 miliardi di cifre decimali di π , stabilendo un nuovo record mondiale.

Il fatto di conoscere un numero di cifre di π sempre maggiore non è di alcuna utilità in nessuna applicazione concreta che non sia quella di mettere alla prova un nuovo computer. Una migliore conoscenza della natura di π può invece rivelarsi importante per la comprensione della fisica, della geometria e della matematica.

π : UN NUMERO AFFASCINANTE

I tentativi di comprendere la natura del π ha impegnato moltissimi matematici. Uno degli sviluppi più importanti fu la dimostrazione che π era un numero irrazionale, dimostrazione fornita nel 1767 da J.H. Lambert (1728-1777). Ricordiamo che gli irrazionali sono quei numeri reali che non possono essere scritti come quoziente di due numeri interi, cioè non sono numeri frazionari. E’ abbastanza semplice mostrare che numeri come V2 o V3 sono irrazionali, ma si dovette attendere Lambert nel diciottesimo secolo per avere la dimostrazione dell’appartenenza di π a tale categoria. La sua scoperta assume un’importanza particolare se si pensa al fatto che i numeri razionali (le frazioni) hanno uno sviluppo decimale che può essere finito o periodico; cioè le cifre decimali o finiscono a un certo punto, o sono seguite solo da zeri, o mostrano una continua ripetizione di un certo blocco di numeri. Ora, se π fosse razionale dovrebbe mostrare uno di questi due comportamenti, e quindi prima o poi si dovrebbe determinarne definitivamente lo sviluppo decimale. Dimostrando che π era irrazionale Lambert garantiva invece che il computo dei suoi decimali non avrebbe mai avuto fine. Come se non bastasse, nel 1882 F. Lindemann dimostrò che π non solo era irrazionale, ma anche trascendente. Sinteticamente possiamo dire che l’insieme di tutti i numeri reali possiamo pensarlo suddiviso in due sottoinsiemi esaustivi e che si escludono a vicenda: i numeri algebrici e i numeri trascendenti. Possiamo identificare numeri algebrici con le familiari quantità che incontriamo nell’aritmetica o nell’algebra elementare. I numeri interi, per esempio, sono tutti algebrici, come tutte le frazioni ( numeri razionali), le loro radici quadrate, cubiche e così via. Un numero si dice invece trascendente se non è algebrico: se non è soluzione, cioè, di nessuna equazione polinomiale a coefficienti interi. La divisione tra numeri algebrici e trascendenti è una dicotomia forte, come quella del sesso tra gli esseri umani: o si è maschio o si è femmina, non ci sono vie di mezzo. Un punto fondamentale è che nessun numero trascendente può essere costruito con riga e compasso. Il merito di Lindemann fu dimostrare che π è un numero trascendente. In altre parole, π non è algebrico e perciò non è neppure costruibile. La scoperta di Lindemann dimostrò insomma che la quadratura del cerchio, un problema che aveva occupato i matematici dall’epoca di Ippocrate fino ai tempi moderni, era una causa persa. La riga e il compasso, da soli, sono insufficienti a trasformare i cerchi in quadrati.

La storia di π ci permette anche di parlare di uno dei più importanti matematici di questo secolo, S. Ramanujan ( 1887-1920). Nelle teorie di Ramanujan si trova un’anticipazione del metodo che sta alla base dei più recenti calcoli di π, anche se per applicarlo concretamente si è dovuta attendere la messa a punto di algoritmi efficienti, di moderni supercalcolatori e di nuovi modi per moltiplicare numeri. A distanza di quasi ottant’anni, scienziati e matematici sono ancora impegnati a studiare le affascinanti equazioni di questo genio, applicandole a problemi quotidiani e usandole per generare altri algoritmi, progettati per essere applicati in modo efficiente da computer. Queste sono equazioni iterattive: permettono cioè di reintrodurre nella formula i risultati del calcolo per avere un’approssimazione a π ancora migliore. I risultati sono incredibili perché ogni volta che si fa girare l’algoritmo si può raddoppiare o quadruplicare il numero delle cifre rilevanti. Ramanujan, come la maggior parte dei matematici, non poté resistere alla tentazione di esplorare π, e le sue grandi intuizioni permisero notevoli progressi nello studio del numero.

Le cifre di π si susseguono all’infinito in un fiume che appare del tutto casuale. Al di là del gusto di stabilire un certo tipo di record, potrebbe sembrare che il tentativo di calcolare milioni di posti decimali del numero sia del tutto ozioso. Trentanove cifre di π sono sufficienti per calcolare la circonferenza di un cerchio che racchiuda l’intero universo noto, con un errore non superiore al raggio di un atomo di idrogeno. E’ difficile immaginare situazioni fisiche che richiedano un numero maggiore di cifre. E allora perché matematici ed esperti di calcolatori non si accontentano, diciamo delle prime 50 cifre decimali di π ? Si possono dare diverse risposte. Una è che il calcolo di π è diventato una sorta di parametro per l’elaborazione: serve come misura della raffinatezza e dell’affidabilità dei calcolatori che lo effettuano. Inoltre, la ricerca di valori sempre più precisi di π porta i matematici a scoprire risvolti inattesi e interessanti della teoria dei numeri. Un’altra motivazione, più sincera, è semplicemente l’esistenza di π : “perché c’è”. In effetti, π è un tema fisso della cultura matematica da più di due millenni e mezzo. Per di più, esiste sempre la possibilità che questi calcoli servano a gettar luce su alcuni dei misteri che circondano π, una costante universale ancora non ben conosciuta nonostante la sua natura relativamente elementare.

Alla fine del ventesimo secolo non dobbiamo dimenticare che questo lungo viaggio matematico alla scoperta del π ha avuto inizio da un breve trattato scritto 2225 anni fa dall’insuperato Archimede di Siracusa: “La misura del cerchio”.

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Bibliografia

  • Opere di Archimede Utet 1974
  • Le gioie del π di D. Blatner Ed. Garzanti 1999
  • Viaggio attraverso il genio di W.Dunhan Zanichelli 1992 (cap I , IV e VII )
  • Le fascinant nombre π Ed. Belin Collection “pour la science” (in francese)
  • A history of Pi di P. Beckmann Martin’s Press 1971 (in inglese)
  • Pi: a source book di L. Berggren Springer Verlag 1997 (in inglese)
  • articoli vari su “Le scienze” (es. n 39 , 46 , 236…)
  • APPENDICE 1: Cronologia
  • APPENDICE 2: Disegni
  • APPENDICE 3: Formule
  • APPENDICE 4: La quadratura del cerchio è impossibile
  • APPENDICE 5: Il calcolo di π col metodo di Newton
  • APPENDICE 6: “Misura del cerchio” di Archimede

 

A cura del prof. Baldoni Renzo, direttore del Museo

 

LA  VITA (1898-1972)

Maurits Cornelis Escher è nato il 17 giugno 1898 a Leeuwarden. Al liceo di Arnheim ebbe un eccellente maestro di disegno, F.W. VAN DER HAAGEN, che insegnandogli la tecnica dell’incisione su linoleum contribuì a sviluppare la predisposizione di Escher per l’arte grafica. Dal 1919 al 1922 frequentò la Scuola di architettura e di arte decorativa di Haarlem, dove seguì i corsi di tecniche grafiche libere di S. JESSURUN DE MESQUITA, la cui forte personalità influì notevolmente  sul suo futuro sviluppo di artista grafico. Nel 1922 si trasferì in Italia e nel 1924 si stabilì a Roma. Nel corso dei dieci anni trascorsi in Italia compì numerosi viaggi di studio. Nel 1934 si trasferì per due anni in Svizzera e poi per cinque a Bruxelles. A partire dal 1941 visse a Baarn in Olanda, dove morì il 27 marzo 1972 all’età di 73 anni.

L’OPERA

L’opera di Escher consiste  di una serie di stampe che hanno per tema soprattutto paesaggi mediterranei e dell’Italia del Sud, prodotte  quasi tutte prima  del 1937, e di ulteriori 70 opere (dopo il 1937) di impronta matematica.

Nelle opere a sfondo matematico possiamo distinguere tre temi: la struttura dello spazio, la struttura del piano, la relazione tra spazio e superficie.

La struttura dello spazio

Se si osservano le stampe di Escher nella sua totalità si nota che egli non ricerca tanto il lato pittorico quanto, piuttosto, la struttura. Nonostante il suo soggiorno decennale a Roma, al centro dei resti monumentali dell’antichità, Escher dedicherà loro appena qualche quadro e anche le visite a Pompei non hanno lasciato traccia alcuna nella sua opera. Dopo il 1937 non si occuperà più di strutture spaziali. L’attenzione per figure e forme strettamente matematiche si svilupperà solo più tardi e si fonderà sull’ammirazione delle strutture dei cristalli.

All’interno del tema spazio-struttura si distinguono tre categorie:

a) paesaggi
b) compenetrazione di mondi diversi
c) solidi matematici astratti.

La struttura del piano

Lo sviluppo di questo tema comincia con l’interesse per la divisione regolare del piano, indotta in Escher in modo particolare dalle visite all’Alhambra. Dopo uno studio intenso, che gli costò molta fatica, non essendo Escher un matematico, egli elaborò un complesso sistema per la suddivisione regolare del piano, sistema che avrebbe più tardi suscitato la meraviglia di cristallografi e matematici. Nelle opere dedicate ai cicli, nelle quali fase iniziale e finale sono interscambiabili, viene di norma utilizzata la divisione regolare del piano. Da ultimo, la divisione regolare del piano si ripresenta nelle sue approssimazioni all’infinito.

La struttura del piano si pone alla base di tre gruppi di quadri:

a)  metamorfosi
b)  cicli
c)  approssimazioni all’infinito.

Relazione tra spazio e superficie

Esiste un problema ben noto: come rappresentare le tre dimensioni in una superficie bidimensionale. Su questo punto Escher sottopone le leggi della prospettiva, che dal Rinascimento valgono per la rappresentazione spaziale, a una valutazione critica, di ricerca, e trova nuove leggi che illustra nei suoi quadri prospettici. Ritroviamo tre gruppi di composizioni:

a)  l’essenza della rappresentazione ( spazio conflittuale-superficie)
b)  prospettiva
c)  figure impossibili.

I  CALEIDOCICLI

Kaló (bello) + eîdos (figura) + kŷklos (anello)

Un caleidociclo è un anello tridimensionale formato da tetraedri. Le più belle e imponenti realizzazioni visive del concetto di anello si trovano, a mio avviso, nelle opere di Escher. Egli ha creato alcuni disegni che sono tra i più concettualmente stimolanti di tutti i tempi. Molti hanno la loro ispirazione in paradossi, illusioni o doppi sensi. I matematici furono tra i primi ammiratori dei disegni di Escher, e si capisce il perché: spesso essi sono basati su principi matematici di simmetria o di regolarità. Ma in un disegno tipicamente escheriano c’è molto di più di semplici simmetrie e regolarità: spesso c’è un’idea di fondo che viene realizzata in forma artistica. In particolare l’anello è uno dei temi più frequenti nell’opera di Escher. Il concetto di anelli contiene quello di infinito: un anello, infatti, non è proprio un modo per rappresentare un processo senza fine in modo finito? In effetti l’infinito interviene ampiamente in molti disegni di Escher. Spesso ci sono più copie di uno stesso tema giustapposte l’una all’altra in modo armonioso; nella famosa stampa Metamorfosi vediamo una serie di tali forma. Nei piani tassellati di Metamorfosi o di altri quadri, c’è già un’allusione all’infinito. Ma in altri disegni di Escher appaiono visioni più inquietanti dell’infinito. In alcuni dei suoi disegni, un unico tema potrà ripresentarsi a diversi livelli di realtà. Per esempio, un livello del disegno rappresenterà chiaramente la fantasia o l’immaginazione; un altro livello potrà rappresentare la realtà. Ma cosa succede se la catena dei livelli non è lineare ma forma un anello? Cosa sarà allora realtà, cosa sarà fantasia? Il genio di Escher sta nella sua capacità di escogitare e allo stesso tempo realizzare figurativamente dozzine di mondi semi-reali e semi-immaginari, mondi pieni di anelli, nei quali sembra invitare i suoi spettatori ad entrare.

Nel volume “Gödel, Escher, Bach: un’Eterna Ghirlanda Brillante” di D.R. Hofstadter, l’autore non solo approfondisce il tema dell’anello, dello strano anello, ma giunge alla conclusione che Escher, nel campo dell’arte, è la massima approssimazione umanamente concepibile all’idea di ricorsività e cattura in maniera sorprendente in alcune sue immagini lo spirito del Teorema di Gödel. Non è possibile sintetizzare, pena la banalizzazione, le oltre 800 pagine di serie e coinvolgenti considerazioni dell’autore, per cui invitiamo i più curiosi a dedicare qualche settimana del loro tempo a questo splendido libro.

Ma torniamo a considerazioni più semplici e pratiche.

Per costruire un caleidociclo si parte da diversi tetraedri identici, si collegano, a due a due, ottenendo una catena e poi si uniscono realizzando così un cerchio chiuso.

Si può dimostrare matematicamente che esiste una classe infinitamente grande di forme tridimensionali. I caleidocicli sono straordinariamente simmetrici e le numerose loro superfici esterne invitano a colorarli. La colorazione delle superfici causa molti effetti geometrici. Se applichiamo i disegni di Escher ai caleidocicli, molte delle sue opere acquistano maggior risalto. Per capire meglio dobbiamo, però, approfondire un po’ la divisione ciclica del piano.

Divisione ciclica del piano

Immaginiamo di voler piastrellare un pavimento. Tante piastrelle identiche vengono poste come in un puzzle per coprire il pavimento uniformemente. Si possono mettere le piastrelle in modo più o meno casuale ma, di solito, vi è un motivo che si ripete a intervalli regolari. Un tale motivo viene definito divisione ciclica del piano. Questo tipo di divisione costituiva il tema principale di Escher, anzi la sua “ossessione disperata”. Fino a quando la forma delle piastrelle è un triangolo equilatero, o un quadrato o un esagono regolare, è facilissimo trovare un motivo. Escher però si era proposto di ideare una divisione ciclica del piano, nella quale gli elementi rappresentassero figure riconoscibili in natura. Matematici e cristallografi avevano già esaminato teoricamente tutti questi motivi, trovando delle regole valevoli per ogni divisione ciclica del piano. Dopo esser venuto a conoscenza di ciò, Escher interruppe i suoi deludenti esperimenti e utilizzò tutta la sua energia e il suo talento creativo per sviluppare delle figure, che si sovrapponessero secondo il suo desiderio. Portò a termine più di 150 schizzi a colori di motivi ciclici, formati da figure fantastiche. Nel disegno Rettili una figura di questo tipo fugge dalla superficie del blocco da disegno per introdursi nuovamente nel suo mondo pavimentato.

L’esatta definizione di una divisione ciclica del piano richiede che il motivo possa venir riprodotto su se stesso attraverso uno spostamento fisso di direzione e di percorso. Nel linguaggio matematico questo procedimento si chiama traslazione di una quantità di punti nel piano. Tutte le ripetizioni di un qualsiasi punto formano un reticolo. L’ordine di questo reticolo non dipende dalla scelta del punto. I collegamenti paralleli dei punti del reticolo danno sempre luogo ad una rete di parallelogrammi. Attraverso ulteriori divisioni parallele si forma una rete di triangoli. Ogni divisione ciclica del piano si basa su una tale rete di linee: la forma e la grandezza degli elementi originari del piano non hanno, in questo caso, nessuna importanza. Le stesse reti così originatesi da parallelogrammi o triangoli formano, a loro volta, una superficie pavimentata costituita da singoli pezzi uguali fra di loro.

I movimenti simmetrici possibili sono tre: rotazione, quando il campione ruota attorno al punto fisso; riflessione quando, tracciando una linea retta attraverso il campione, una metà del campione diventa l’immagine riflessa dell’altro. Infine la riflessione a spinta quando si sposta il motivo lungo un percorso per poi rifletterlo lungo le corrispondenti linee rette.

Nei suoi disegni a colori Escher ha distribuito i colori in modo tale che, di volta in volta, figure vicine potessero avere colori diversi diventando un precursore di quella che oggi viene chiamata “simmetria a colori”.

Coprire un piano senza lasciare spazi liberi, utilizzando motivi che si compenetrano soltanto attraverso delle copie è un’impresa difficile. Lo stesso Escher ha fatto diversi tentativi di utilizzare suoi motivi periodici, per strutturare la superficie di oggetti tridimensionali. Se si cerca poi di decorare i caleidocicli con i disegni periodici di Escher, si scopre che non è così facile come sembra. Per risolvere il problema ci viene in aiuto la “geometria proiettiva”, che è un ramo della geometria che studia quali caratteristiche di un oggetto rimangono invariate se lo si proietta su un’altra superficie.

Ci sono diversi tipi di proiezione; la proiezione centrale (quella del proiettore per diapositive): una fonte a forma di punto emette un cono luminoso che ingrandisce l’immagine e la riproduce su un piano. Nella proiezione parallela l’immagine viene trasmessa attraverso raggi paralleli. Le caratteristiche essenziali della divisione ciclica del piano, della quale si ha bisogno per un rivestimento ininterrotto dei caleidocicli, vengono mantenute solo con la proiezione parallela.

Escher aveva un criterio severo per la colorazione delle divisioni cicliche del piano: due motivi adiacenti dovevano avere colori differenti; solo attraverso il contrasto di colori, infatti, si possono far risaltare in uno schizzo di copie identiche singoli motivi in modo riconoscibile. Potrà sembrare strano, eppure i problemi che sorgono colorando rientrano nell’ambito della matematica. Data una determinata struttura da colorare (come una carta geografica), i matematici chiedono: di quanti colori diversi si ha bisogno al massimo per risolvere il problema? In quanti modi diversi posso colorare la struttura? Si possono distribuire i colori in modo tale che appaiano obbligatoriamente determinate combinazioni di colori? E’ estremamente difficile rispondere a queste domande, specialmente se la struttura è complicata e la colorazione sottostà a regole severe. Calcolo combinatorio, teoria grafica e topologia sono i rami della matematica moderna che si occupa di questi problemi.

Il problema del numero minimo di colori dei quali si ha bisogno per una qualsiasi carta geografica messa in piano o su una superficie sferica, è rimasto per più di duecento anni irrisolto, nonostante molti matematici capaci abbiano cercato una soluzione. Quattro colori sono sufficienti per colorare un disegno piano secondo le esigenze per carte geografiche; per le divisioni cicliche del piano è meglio se i colori sottolineano le simmetrie del disegno. Prima di una soluzione sistematica data da matematici e cristallografi, Escher aveva lavorato a lungo e ordinato in sistemi le possibilità trovate in modo sperimentale.

MODELLI DI CALEIDOCICLI

Escher possedeva una fantasia geniale ed era un grafico estremamente abile artigianalmente; tuttavia il motivo degli effetti straordinari dei suoi disegni è da ricercare nella matematica. Non la matematica in senso di numeri ed equazioni che viene in mente subito alla maggior parte di noi, ma la geometria, quella classica e quella moderna. Anche se Escher con la sua fantasia poteva immaginare gli effetti fantastici che voleva creare graficamente, il mezzo necessario alla realizzazione di tali effetti rimaneva la matematica. A tale proposito leggeva trattati tecnici e corrispondeva con matematici e cristallografi. In queste lettere è evidente l’opinione modesta di Escher nei confronti delle proprie conoscenze matematiche. Ciononostante nei suoi disegni, Escher dimostra di avere una buona padronanza dei principi fondamentali della matematica.

I modelli qui presentati sono opera di Doris Schattschneider, docente di matematica al Moravian College di Bethlehem, Pensilvania e di Fallace Walzer, artista di New York, che ha fatto da supervisore alla preparazione dei disegni e alla produzione delle copie dei modelli.

I solidi geometrici, alla base dei modelli, sono: il tetraedro e l’icosaedro (formati da triangoli equilateri), il cubo (sei quadrati), il dodecaedro (dodici pentagoni regolari), il cubo-ottaedro (sei quadrati e otto triangoli equilateri) e i caleidocicli esagonali, formati da un reticolo di triangoli equilateri.

Modelli

(la descrizione esplicativa è posta a fianco dei singoli modelli esposti).

  1. RETTILI, tetraedro
  2. TRE MONDI, ottaedro
  3. FARFALLE, icosaedro
  4. PESCE, cubo
  5. CONCHIGLIE E STELLE MARINE, dodecaedro
  6. INCONTRO, caleidociclo ritorto
  7. COLEOTTERI, caleidociclo esagonale
  8. PESCE, caleidociclo esagonale
  9. TRE ELEMENTI, caleidociclo esagonale
  10. PESCE, ANATRA, SAURO, caleidociclo esagonale
  11. VERBUM, caleidociclo esagonale
  12. FIORI, caleidociclo quadrato
  13. PARADISO E INFERNO, caleidociclo quadrato
  14. SAURI, caleidociclo quadrato
  15. PESCI ASSORTITI, cubo-ottaedro

Sono presentati ulteriori  21 solidi rivestiti dai più noti disegni periodici di Escher, con un gradevolissimo effetto ottico.

LA MOSTRA PROSEGUE…

Per comprendere meglio l’eccezionale produzione di Escher, ai margini della mostra I caleidocicli di Escher , sono state allestite alcune stazioni multimediali che consentono di visionare, fin nei più piccoli dettagli, oltre 700 opere di Escher; di approfondirne la vita e di vedere Escher al lavoro grazie a filmati d’epoca ed anche di manipolare in modo interattivo le immagini di Escher per creare disegni personalizzati, giocare con la prospettiva, risolvere puzzle, miscelare colori creando così straordinarie combinazioni d’arte, matematica e mondi immaginari.

La mostra si chiude con l’esposizione dei 76 disegni più significativi di Escher, ognuno con didascalia esplicativa, secondo la seguente suddivisione:

  1. Prime opere (1-7): sette disegni scelti tra numerosi lavori realizzati prima del 1937.
  2. Divisione regolare del piano (8-35): la sezione più ricca, con immagini riflesse, figure con sfondo, forma e contrasti, il numero infinito, storie illustrate, riempimento irregolare della superficie.
  3. Lo spazio illimitato (Lo spazio illimitato (36-38): lo spazio illimitato, divisione spaziale cubica, tre piani intersecanti.
  4. Cerchi e spirali spaziali (39-46): nodi chiusi,nastri di Moebius, spirali.
  5. Immagini riflesse (47-54): nell’acqua, sferiche.
  6. Inversioni (55-56): cubo, convesso e concavo.
  7. Poliedri (57-62): tetraedri, dodecaedri, solidi regolari.
  8. Relatività (63-67): punto prospettico all’orizzonte, al nadir e allo zenit.
  9. Conflitto fra superficie e spazio (68-73): spazio tridimensionale e illusioni spaziali.
  10. Edifici impossibili (74,75,76): i tre disegni più noti e riprodotti: Belvedere, Salita e discesa, Cascata.

Per tutta la vita Maurits Cornelis Escher confessò la propria incapacità di comprendere la matematica, dichiarandosi “completamente digiuno di studi e di conoscenze nel campo delle scienze esatte”. Fin da bambino, però, era affascinato dall’ordine e dalla simmetria. Quell’attrazione lo condusse a studiare le configurazioni delle piastrelle dell’Alhambra a Granata, a esaminare disegni geometrici in articoli di matematica e infine a seguire le proprie idee originali sulla tassellatura del piano. L’attenzione che Escher prestava ai colori dei suoi disegni di tasselli interconnessi anticipava le ricerche successive di matematici e cristallografi nel campo della simmetria di colore.

Escher scriveva che una delle sue spinte principali era “un profondo interesse per le leggi geometriche contenute nella natura che ci circonda” e tentava di dare un’espressione visiva a concetti astratti e di rappresentare le ambiguità dell’osservazione e della conoscenza umana. Così facendo, si trovò sovente in un mondo governato dalla matematica. Escher era addirittura ossessionato dal concetto di “divisione regolare del piano” e realizzò oltre 150 disegni a colori che dimostrano la sua ingegnosità nella creazione di figure che riempiono il piano di loro cloni. Questi disegni illustrano simmetrie di molti tipi diversi, ma per Escher la divisione del piano era pure un mezzo per catturare l’infinito.

Nel 1957 il matematico H.S.M. Coxeter inviò a Escher una ristampa di un suo articolo in cui illustrava la simmetria del piano con alcuni disegni di Escher. Lì l’artista trovò una figura che gli diede “una vera scossa”, una tassellatura iperbolica di triangoli che mostrava proprio l’effetto desiderato. Quattro anni dopo Escher escogitò la propria soluzione al problema dell’infinito all’interno di un rettangolo. L’algoritmo ricorsivo da lui trovato dà luogo a una configurazione sempre simile a se stessa, nella quale ogni elemento è in rapporto con un altro per via di un cambiamento di scala. Curiosamente, le configurazioni autosomiglianti ci danno esempi di figure che hanno dimensioni frazionarie (o frattali), un’ambiguità che Escher avrebbe senza alcun dubbio apprezzato.

Verso la fine della vita, Escher scriveva: “Soprattutto, sono felice che da tutto questo siano risultati contatti e amicizie con matematici. Spesso proprio loro mi hanno dato nuove idee, e talvolta c’è stata fra noi addirittura un’ interazione. Come possono essere giocosi, questi signori e queste signore di grande cultura!”.

BIBLIOGRAFIA

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  • M.C. Escher,Esplorando l’infinito, Garzanti, 1991
  • R. Hofstadter,Gödel, Escher, Bach: un’Eterna Ghirlanda Brillante, Adelphi Edizioni, 2001
  • M.C. Escher, Grafica e disegni, Evergreen, 1992
  • D. Schattschneider, M.C. Escher Caleidocicli, Taschen, 1992
  • Andrea Bonfiglioli e Camilla Valentini, Matematica Arte e Tecnologia: da Escher alla Computer Graphics, Edizioni Aspasia, 2000
  • D. Schattschneider,Le metafore di Escher, Le Scienze n. 317,gennaio 1995
  • M. Fellows, The life and works of Escher, Siena, 1995
  • M.C. Escher, Book of Boxes, Taschen, 1998
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  • J.L. Locher, Il mondo di Escher, Milano, 1978
  • Beard Col. R.S., Patterns in Space, Creative Publications,Palo Alto, California,1973
  • Bool F. H. e altri, Escher,His Life and Complete Graphic Work, NY, 1982
  • Coxeter H.S.M., Introduction to Geometry, NY, 1969
  • Coxeter H.S.M., M.C. Escher: Art and Science, Amsterdam, 1987
  • Cundy H.N., Mathematical Models, Oxford, 1961

Un sito internet interessante su Escher è www.worldofescher.com . Seguendo i vari link si può proseguire l’affascinante viaggio nell’universo di Escher iniziato, con molta modestia ma con grande passione, nel Museo di Informatica e Storia del Calcolo di Pennabilli.

(Questa relazione online contiene solo il testo; la parte grafica (pesante diverse decine di megabyte) è stata esclusa per consentire un facile e veloce scaricamento).

A cura del prof. Renzo Baldoni – Direttore del Museo.

 

“Per potere immortal sono legate da vicino o lontan, nascostamente, tutte le cose, sì che far tremare non puoi un fior senza turbare un astro”

Francis Thompson (1859-1907)

PREMESSA

Oggi molti scienziati credono che possa esistere una chiave capace di far comprendere il segreto matematico che sta al cuore dell’universo, la cosiddetta “teoria del tutto”; il sogno di descrivere tutto l’universo in un’equazione. Sogno non nuovo: Einstein spese la seconda parte della propria vita nella ricerca infruttuosa e solitaria di tale teoria del tutto.

In Grecia, nel VI secolo a. C., apparvero dei pensatori che cercavano di scoprire il “principio” unico alla base dell’infinita diversità delle cose. Per Talete fu l’acqua; per Anassimene, l’aria; per Eraclito, il fuoco; per Anassimandro, l’illimitato. Per Platone la teoria del tutto si può riassumere nella frase “tutto è triangolo”. Anche nel medioevo si tentò di codificare e ordinare tutto quanto si sapeva sul cielo e la terra. I grandi sistemi come la “Summa” di Tommaso d’Aquino o la “Divina Commedia” di Dante cercavano di sintetizzare tutta la conoscenza dell’epoca.

Ma è la storia delle teorie fisiche che fa pensare a un graduale sviluppo verso l’unificazione. La prima grande sintesi si deve a Newton, che dimostrò che il moto dei proiettili sulla terra e le orbite dei pianeti si potevano spiegare con la stessa semplice legge. Analogamente, Maxwell propose una teoria unificata dell’elettricità e del magnetismo. Nel ventesimo secolo la teoria di Newton è stata scalzata dalla teoria della relatività generale di Einstein, mentre la teoria di Maxwell è stata ampliata per creare una teoria quantistica dei campi, chiamata elettrodinamica quantistica. Recentemente la forza debole è stata associata all’elettromagnetismo. Anche la forza forte viene descritta da una teoria quantistica dei campi e può darsi che alla fine si possano considerare tutte e tre le forze (forte, debole ed elettromagnetica) come manifestazioni di un solo principio.

Negli ultimi decenni sono stati compiuti notevoli progressi nell’identificazione delle particelle fondamentali e nella conoscenza delle loro reciproche interazioni. Restano da risolvere molti problemi: due dei più importanti riguardano la gravitazione. Il primo è che non si sa come la gravitazione sia collegata alle altre forze fondamentali. Il secondo è che non esiste alcuna teoria accettabile della gravitazione in accordo con i principi della meccanica quantistica.

Tra le forze fondamentali della natura la gravitazione è stata la prima a essere scoperta e la prima per cui sia stata trovata una precisa teoria matematica, la teoria pubblicata da Newton nei suoi Principia nel 1687. Newton formulò la semplice legge secondo cui la forza gravitazionale agisce universalmente tra qualsiasi coppia di particelle con un’intensità direttamente proporzionale al prodotto delle loro masse e inversamente proporzionale al quadrato della loro distanza. In tal modo egli fu in grado di calcolare sia il moto dei proiettili terrestri, che risultò in accordo con le osservazioni di Galileo, sia le orbite dei pianeti, in accordo con le leggi empiriche formulate da Keplero. La scoperta  di una legge della forza capace di descrivere correttamente tanto i moti terrestri quanto quelli dei corpi celesti offriva una sintesi mirabile. Un’unificazione dello stesso genere si ottenne nella trattazione dell’elettromagnetismo. Nel secolo XIX Maxwell dimostrò che l’elettricità statica che si produce quando ci pettiniamo i capelli, la forza magnetica agente sull’ago di una bussola e la luce emessa da una candela o dal sole erano fenomeni correlati da un gruppo di equazioni differenziali, che sono note oggi con il nome di equazioni di Maxwell del campo elettromagnetico. Verso la fine del secolo XIX era opinione corrente che tutte le manifestazioni complesse della gravitazione e dell’elettromagnetismo si potessero descrivere attraverso le leggi di Newton e di Maxwell. Questo modo di vedere le cose fu però messo in crisi da una serie di risultati sperimentali ottenuti nei decenni a cavallo fra i due secoli: ad esempio che la velocità della luce, diversamente dalla velocità di tutte le altre onde, non dipende dal moto dell’osservatore; o la difficile interpretazione delle righe spettrali discrete degli atomi. Queste discrepanze vennero risolte con lo sviluppo di due teorie destinate a diventare pietre miliari della fisica moderna: la teoria della relatività ristretta e la meccanica quantistica. Per poter arrivare a questo risultato si dovettero abbandonare i concetti di tempo assoluto e di determinismo nel moto delle particelle. Nella relatività ristretta il tempo e lo spazio erano correlati, mentre nella meccanica quantistica si era dimostrato che particelle e onde sono equivalenti. In tal modo fu possibile capire perché la velocità della luce è la stessa per tutti gli osservatori e perché le righe spettrali degli atomi hanno frequenze discrete fisse. Nella teoria newtoniana della gravitazione il tempo e lo spazio non sono strettamente correlati come nella relatività ristretta e quindi la relatività ristretta rese necessaria una revisione della teoria della gravitazione. Una siffatta teoria fu proposta da Einstein nel 1916 e fu chiamata teoria della relatività generale.

All’inizio del ventesimo secolo erano state scoperte due nuove forze fondamentali della natura: l’interazione debole, responsabile del decadimento beta degli elementi radioattivi, e la forza forte, che tiene legati assieme protoni e neutroni nei nuclei atomici. Queste forze non erano state scoperte in precedenza perché esse agiscono soltanto nel breve intervallo delle distanze subatomiche, mentre la gravitazione e l’elettromagnetismo sono forze a lungo raggio d’azione, che si possono osservare a livello macroscopico. Le quattro forze presentano una sorprendente varietà di proprietà che avremo modo di vedere in seguito.

LA SINTESI GRAVITAZIONALE

(Mostrando che dei fenomeni in apparenza molto diversi come la caduta libera di un corpo e il movimento della Luna non sono che degli aspetti diversi di un principio unico-la gravità- Newton fa nascere la speranza d’una spiegazione completa dell’Universo).

Per i greci del IV secolo a.C. il cielo appare un mondo perfettamente regolato e immutabile. Al contrario, il mondo degli uomini è teatro di discordie, di corruzione, di perturbazioni. In questa cosmologia, l’universo è sferico, finito e formato da un sistema di sfere, con l’uomo al centro, che servono da supporto ai movimenti planetari attorno ad una terra immobile. Il cosmo è diviso in due parti: la regione sublunare e quella sovralunare. Nei cieli il movimento è circolare, nel sublunare il movimento è rettilineo; nel mondo in basso, ci sono quattro elementi: l’acqua, il fuoco, la terra e l’aria. La Terra è immobile al centro del cosmo. Questa cosmologia ha dominato fino al 1543 quando Copernico rifiutò il sistema geocentrico e geostatico di Tolomeo e con l’affermazione che è la Terra che ruota attorno al Sole pose le basi per un concetto di movimento applicabile a tutto l’universo. All’inizio del XVII secolo Keplero realizza un processo d’unificazione inverso; per lui i movimenti degli astri sono quelli di corpi fisici sottomessi ad un’accelerazione che descrivono ellissi, cioè dei cerchi deformati. Per Keplero i movimenti imperfetti dei pianeti si ricongiungono con un mondo terrestre corrotto. Poiché per Aristotele i corpi celesti erano costituiti da una materia inalterabile (l’etere), l’estensione del movimento celeste alla terra e della fisica terrestre al cielo suppone una materia identica, con delle medesime leggi fisiche. Questo significa l’abolizione d’una separazione radicale fra l’etere e i quattro elementi. Galilei dimostrò, con osservazioni e ragionamenti geometrici, che la Luna non è una sfera perfetta e il Sole possiede delle macchie, squalificando quindi la dualità aristotelica a favore di un cosmo omogeneo. Ma è con la legge sulla caduta dei corpi (1632) che Galilei afferma che la natura è scritta in linguaggio matematico e che questo linguaggio è sia della fisica terrestre che della dinamica celeste; la geometria diventa l’inevitabile strumento di conoscenza di tutti i fenomeni. Ma è Newton che con la sua teoria della gravitazione, pubblicata nel 1687, realizza la sintesi della dinamica celeste e terrestre spiegando e predicendo i percorsi dei pianeti. Tutti i corpi dell’universo sono sottomessi alla stessa legge fisica: la gravità; questa forza dipende dalla quantità di materia messa in gioco.

Oltre al nuovo concetto di massa, lo spazio è concepito come assolutamente vuoto, omogeneo e isotropo. Newton ha potuto calcolare con grande precisione i moti dei pianeti e dei satelliti grazie ai metodi analitici sviluppati dai matematici Lagrange e Laplace.

All’inizio del XX secolo, Einstein osserva, come Galilei, che l’accelerazione subita da un corpo sottoposto all’attrazione gravitazionale non dipende dalla sua massa. Questo fatto lo conduce a formulare il principio d’equivalenza secondo il quale “in una regione limitata dello spazio, alla forza d’inerzia legata a un movimento accelerato qualsiasi, si può far corrispondere un certo campo gravitazionale, equivalente a questa forza e che crea la stessa accelerazione”. Einstein aveva compreso che le leggi del movimento dei corpi sono le stesse per due osservatori, l’uno accelerato rispetto all’altro, da cui il suo principio della relatività generale formulato nel 1905, secondo il quale tutta la legge fisica si esprime indipendentemente dal sistema di riferimento.

La cosmologia moderna si appoggia sul principio d’omogeneità dell’universo ( o principio cosmologico), formulato da Milne. In effetti il principio d’omogeneità gioca un ruolo simile a quello della sfera nella cosmologia greca; dire che l’universo è omogeneo, vuol dire che nessuna delle sue parti è eccezionale. Le grandi conquiste scientifiche e le rivoluzioni ad esse legate sono state compiute grazie all’instaurazione di una tale omogeneità entro diversi aspetti della realtà. Su questo punto l’unificazione dei movimenti celesti e terrestri, innescata da Copernico, Keplero e Galilei, formulata da Newton e perfezionata da Einstein, è stata decisiva perché ha reso possibile l’ascesa d’una fisica e d’una cosmologia scientifica.

LA SINTESI  ELETTROMAGNETICA

(L’unificazione dei fenomeni elettrici, magnetici e luminosi, alla fine del XIX secolo, ha portato a compimento il trionfo della meccanica classica. Al punto che si può considerare la fisica come un insieme praticamente compiuto).

Dopo più di un secolo, la teoria elaborata da J.C. Maxwell permette di descrivere sia i fenomeni elettrici e magnetici, sia la propagazione delle onde elettromagnetiche, compresa la luce visibile, le trasmissioni radio o i raggi X. L’unificazione che questa teoria realizza fra dei domini della fisica così differenti e la sua apparente semplicità rappresenta il coronamento della fisica classica. Dal XVII secolo gli scienziati sottolineano le rassomiglianze fra i fenomeni magnetici e i fenomeni elettrici. Coulomb, nel 1780, dimostra che la forza che si esercita fra due poli di una calamita o fra due piccole palline elettrizzate segue la stessa legge matematica. L’analogia fra la formula di Coulomb () e quella della gravitazione di Newton () è perfetta.

Nel 1820 Oersted mostra che il passaggio della corrente elettrica in un conduttore fa deviare l’ago di una bussola posta nelle vicinanze. Esperienza facile da ripetere ma che richiese un lungo e difficile lavoro per interpretarla correttamente. Faraday, ad esempio, studiò la relazione fra differenti tipi di fenomeni: reazioni chimiche ed elettricità, elettricità e calore, il calore e la luce,ecc. Scoprì che il magnetismo di una potente calamita poteva agire su un raggio di luce che attraversa un pezzo di vetro e cercò invano, alla fine della sua vita, una relazione fra la gravità e la luce. Scoprì anche un fenomeno reciproco dell’esperienza di Oersted: la creazione di correnti “indotte” in una bobina per il movimento di una calamita. Faraday afferma che la propagazione degli effetti elettrici e magnetici, a differenza di come pensavano Coulomb e Ampere, avviene attraverso la propagazione di vibrazioni lungo delle linee che congiungono i corpi in interazione: “Si può comparare la diffusione delle forze magnetiche a partire da un polo magnetico alle vibrazioni sulla superficie dell’acqua, o a quelle dell’aria nella propagazione del suono; io penso che una  teoria ondulatoria si applicherà un giorno a questi fenomeni come essa si applica al suono e, con grande probabilità, alla luce”. E’ a partire da questa idea che Maxwell stabilisce le leggi della propagazione nello spazio degli effetti elettrici e magnetici. Partendo da una descrizione matematica delle linee di forza di Faraday, Maxwell riscrive le leggi di Coulomb e la legge di Ampere sugli effetti magnetici di una corrente e la legge di Faraday sull’induzione. Egli approdò a un sistema di equazioni differenziali che esprime una propagazione nello spazio. Introdusse anche degli elementi nuovi. Riprendendo l’ipotesi di un mezzo universale, l’”etere”, Maxwell aggiunse in una delle sue equazioni un termine che rende le stesse simmetriche per l’elettricità e il magnetismo. Queste equazioni hanno una conseguenza inattesa. Esse presentano delle soluzioni corrispondenti a delle onde “trasversali”: il campo magnetico e il campo elettrico oscillano perpendicolarmente alla direzione di propagazione delle onde. Calcolando la velocità di propagazione di queste onde, Maxwell trova una velocità uguale a quella della luce, concludendo che la luce (e ancora non si conosceva che essa consiste di onde trasversali) si propaga nel medesimo etere che trasmette i fenomeni elettrici e magnetici e può dunque essere assimilata a un fenomeno elettromagnetico.

Hertz, nel 1888, dimostra l’esistenza delle onde elettromagnetiche, create nello spazio di un circuito elettrico e Guglielmo Marconi, depositando nel 1897 un brevetto per un sistema di comunicazione senza fili (TSF) scopre un nuovo continente: nel 1901 la TSF attraversa l’oceano Atlantico.

In quell’epoca Einstein si domanda perché le equazioni di Maxwell conducono a delle interpretazioni fisiche differenti allorché l’osservatore, cioè il sistema di riferimento, è in movimento in rapporto alle cariche, alle correnti o alle calamite. E’ questa questione che lo porta a formulare nel 1905 la teoria della relatività ristretta, nel suo celebre articolo intitolato “Sull’elettrodinamica dei corpi in movimento”. Il principio della relatività di Einstein conclude che le leggi della fisica devono esprimersi nella stessa maniera in tutti i riferimenti. Perché le equazioni delle onde elettromagnetiche verifichino questo principio, un nuovo tipo di cambiamento delle coordinate è necessario: è la “trasformazione di Lorenz”, che rende conto dell’invarianza della velocità della luce. Si trova che, contrariamente alle equazioni della dinamica newtonniana, le equazioni stabilite da Maxwell non sono modificate dalla teoria della relatività; ciò ha confortato Einstein sulla validità di questa teoria che elimina l’etere come supporto materiale delle onde elettromagnetiche. E’ così all’inizio del secolo che nasce una visione completamente differente dell’irradiamento elettromagnetico. Nel 1910 Max Planck dimostra che gli scambi d’energia per irradiamento termico non avvengono in maniera continua ma per “pacchetti” o “quanti” d’energia. Nel suo studio sull’effetto fotoelettrico, nel 1905, Einstein dimostra che conviene considerare le onde elettromagnetiche come delle collezioni di corpuscoli chiamati fotoni. Sono questi fotoni che costituiscono i pacchetti d’energia di Planck.

Lo sviluppo della fisica moderna inizia a basarsi sul concetto nuovo di “quantificazione” delle interazioni per dar luogo, negli anni ’20, alla teoria dell’elettrodinamica quantica, il cui successo apre la prospettiva di nuove unificazioni nella fisica delle particelle.

LA SINTESI  ELETTRODEBOLE

(L’unificazione dell’interazione elettromagnetica e dell’interazione nucleare debole negli anni ’60 apre la strada al programma di una “Teoria del tutto”. Questa forza unificata detta elettrodebole ha ricevuto delle eclatanti conferme sperimentali).

La scoperta della radioattività ß ha condotto Enrico Fermi a ipotizzare, agli inizi degli anni ’30, l’esistenza di una nuova forza, l’interazione debole. Più tardi il successo dell’elettrodinamica quantica (QED), elaborata nel 1949 da Feynmann, Schwinger e Tomonaga per descrivere le interazioni fra elettroni e fotoni, incita i fisici a fare di questa QED un modello per rappresentare le altre interazioni fondamentali. Proprio grazie a ciò si ipotizzò che le forze debole ed elettromagnetica sono due aspetti differenti di una sola interazione “elettrodebole”. Nella descrizione classica dei fenomeni elettromagnetici, le interazioni fra elettroni sono descritte con l’accoppiamento di correnti di elettroni con il campo magnetico. Nella QED, queste interazioni sono interpretate come degli scambi di fotoni, particelle messaggere dell’interazione elettromagnetica. La QED è un prototipo di una teoria di gauge. In una tale teoria esiste un gruppo di trasformazioni matematiche (delle simmetrie “di gauge”) per cui la dinamica delle particelle è invariante. Questa simmetria di gauge è detta locale allorché queste trasformazioni dipendono dall’istante e dalla posizione nello spazio.La QED possiede una simmetria di gauge locale U(1), cioè è invariante per le trasformazioni che modificano il parametro “fase” della funzione d’onda. Ma questa invarianza richiede l’introduzione di nuove particelle, i bosoni di gauge, che non sono altro che i fotoni: , , , di massa nulla.

Come costruire una teoria, con una simmetria di gauge locale valida alle alte energie e che attribuisce una massa ai bosoni di gauge e ai leptoni, ma senza corrente neutra di stranezza non nulla? La soluzione a questo problema fu ispirata da un meccanismo che si manifesta talvolta nei sistemi di materia condensata, chiamato “rottura spontanea” della simmetria. Weinberg nel 1967 suppose l’esistenza di una nuova particella, il bosone di Higgs, che conduce a dei leptoni e dei bosoni con massa. Parallelamente Gellmann e Zweig avevano sviluppato una teoria nella quale tutti gli adroni (neutroni, protoni, iperioni, kaoni,ecc) sono costituiti da quarks di tre sapori possibili: up (u), down (d) e strange (s). I quarks portano una carica elettrica che è una frazione di quella del protone: se si conviene che quest’ultimo porta una carica +1, il quark u porta una carica +2/3, e i quarks d e s hanno ciascuno una carica –1/3. Un protone contiene due quarks u e uno d e un neutrone un quark u e due d; il mesone caricato , di carica +1, contiene u e dove  designa l’antiparticella del quark d.

Nel 1970 Glashow, Iliopoulos e Maiani hanno proposto l’esistenza di un quark con lo “charme”, avente carica +2/3. Questa ipotesi, chiamata “meccanismo GIM”, permette di eliminare le correnti deboli neutre di stranezza non nulla ma porta con sé l’esistenza di nuovi adroni, allora sconosciuti, costituiti da quarks c e/o dalla sua antiparticella .

Nel 1973 al CERN scoprirono delle correnti deboli neutre di stranezza nulla e, nel 1974 allo SLAC, l’adrone J/ formato da quarks c e . La costruzione di un collisore  protone-antiprotone al Cern, su un progetto di Carlo RUBBIA, fu ricompensata nel 1983 dalla scoperta che le masse dei bosoni erano conformi alle previsioni. La scoperta di nuovi leptoni allo Slac e al Fermilab di Chicago suggerì l’esistenza di due altri quarks, il quark bottom o beauty (b), di carica elettrica –1/3 e il quark top (t) di carica +2/3, scoperto nel 1995 al Fermilab.

Oggi si è d’accordo nel dire che la teoria elettrodebole è stata testata con successo. Tuttavia, la scoperta sperimentale del bosone di Higgs, dove la massa è stimata a circa 150 GeV/, rimane essenziale per valicare la teoria. La comunità scientifica è convinta che prima o poi, si arriverà a osservare dei bosoni di Higgs, forse grazie al supercollisore LHC ( Large Hadron Collider) del Cern che sarà operativo nel 2005.

Non si può pertanto considerare questa teoria come una vera unificazione delle interazioni deboli ed elettromagnetiche. Anche se inestricabilmente unite, queste due interazioni hanno due costanti di accoppiamento (che caratterizzano le loro intensità specifiche) indipendenti: la carica elettrica “e” per l’interazione elettromagnetica, e l’angolo w per l’interazione debole.

Una teoria unificata dovrà comportare una sola grandezza specifica. Come se non bastasse, la teoria presuppone attualmente più di venti altre grandezze, per la maggior parte riguardanti le masse, indipendenti da “e” e “w”. La prossima sfida sarà dunque di arrivare a comprendere ciò che definisce i valori di queste masse.

LA SINTESI  ELETTRONUCLEARE

(L’unificazione dell’interazione nucleare forte e dell’interazione elettrodebole in una forza elettronucleare ha conosciuto un successo mitigato. Nessun esperimento ha validato questa teoria di grande unificazione ma essa propone una descrizione coerente di tutte le interazioni quantiche).

Dalla scoperta, negli anni ’30, dell’interazione forte che lega i protoni e i neutroni dentro l’atomo, i fisici hanno cercato di armonizzare la sua descrizione con quella dell’interazione elettromagnetica. Perciò bisognava arrivare a una comprensione soddisfacente di questo legame nucleare. La creazione, alla fine degli anni ’60, di potenti acceleratori permise di sondare anche l’interno dei nucleoni ( i protoni e i neutroni). Per la fisica classica, i fenomeni elettromagnetici sono dovuti all’azione di un campo creato da delle particelle cariche elettricamente e che influenzano il movimento di altre cariche. Nella descrizione moderna di questi fenomeni (l’elettrodinamica quantica), questa azione corrisponde all’emissione, la propagazione e l’assorbimento di fotoni.Il fisico Yukawa propose nel 1937 che l’interazione forte, senza la quale i protoni, portatori di cariche elettriche positive, si respingerebbero e non potrebbero dunque coabitare nel nucleo atomico, sia anche descritta dall’emissione, la propagazione e l’assorbimento di particelle: i mesoni . Dieci anni più tardi si riesce ad osservare delle fugaci particelle che corrispondono alla predizione di Yukawa. Questi mesoni  hanno una massa compresa fra quella dell’elettrone e quella del protone. Possono essere positivi, negativi o neutri e sono prodotti in grande quantità nelle reazioni nucleari molto energetiche. Per esempio, la collisione di un raggio cosmico con un protone forma frequentemente diversi mesoni. La messa in esercizio, nel 1967, di un grande acceleratore lineare a elettroni a Stanford, in California, ha permesso di sondare con più precisione il cuore della materia. I fisici hanno capito che ogni quark portava un nuovo tipo di carica chiamata “colore” che poteva prendere tre valori fondamentali: rosso, verde o blu (un antiquark porta un colore complementare: rispettivamente ciano, magenta o giallo).E’ per questo che la teoria dell’interazione forte prese il nome di cromodinamica quantica. Niente sembra distinguere un quark rosso da un quark verde. I teorici furono portati a credere che esisteva una simmetria nascosta, in virtù della quale la natura è indifferente a che un quark sia rosso, verde o blu, stabilito che l’interazione fra i quarks è trasmessa da dei gluoni, portatori essi stessi di un colore e di un anticolore. Questa simmetria conferisce alla cromodinamica quantica lo statuto di teoria di gauge, come per la teoria elettrodebole. L’esistenza dei gluoni fu confermata qualche anno più tardi grazie al centro di ricerca Desy di Amburgo.

L’esperienza di Stanford non ha solamente rivelato l’esistenza dei quarks;ma è anche apparso che più la collisione è energetica (cioè più la distanza fra le particelle è debole) meno l’interazione forte sembra intensa. La situazione è inversa nel caso delle interazioni elettromagnetiche. Visti da molto vicino, i quarks di un nucleone sembrano liberi. In compenso, se si allontanano, la forza che li lega aumenta e non possono uscire dal nucleone. Quarks e gluoni sono confinati all’interno dei nucleoni e dei mesoni. Ciò che lega fra loro i nucleoni nel nucleo sono delle fughe di gluoni, di quarks e di antiquarks, fughe che assomigliano a dei mesoni . Così, l’interazione forte può essere compresa come uno scambio di gluoni fra particelle colorate. E poiché l’interazione unificata elettrodebole si esprime anche come scambi di bosoni (W,  e fotoni), si può pensare che una nuova tappa verso una comprensione unificata di tutte le forze sia stata superata. Un fisico teorico scopre talvolta un indice importante là dove l’uomo comune non vede che un evento banale. Così, il fatto che la carica elettrica del protone sia opposta a quella dell’elettrone con la precisione di uno su mille miliardi di miliardi ha del fenomenale. Un altro indice di unità viene dalla relazione fra i valori delle cariche e le loro reciproche distanze: allorché aumenta l’energia (o quando diminuisce la distanza), l’intensità della carica elettrica cresce e quella del colore decresce. Si stima che esse potrebbero riunirsi a un’energia dell’ordine dei GeV.

L’utilizzo della teoria matematica delle simmetrie porta a formare dei gruppi di particelle soggette a una medesima interazione, o multipli. Questo costituisce ciò che i matematici chiamano delle rappresentazioni di gruppi dai nomi poco attraenti: SU(3), SO(10), SU(8), E(7)…Così i quarks rossi, verdi e blu sono i membri d’una stessa tripletta e i gluoni sono come gli strumenti che permettono di passare da uno all’altro. Aggiungere un elettrone a una terna di quarks fa immaginare un universo dove regnerebbe una grande armonia fra i protoni e gli elettroni, essendo la somma delle loro cariche esattamente nulla. E’ un mondo così che descrivono le diverse teorie dette della grande unificazione o dell’unificazione elettronucleare, dopo quella proposta nel 1973 dai fisici Glashow e Georgi. Un mondo d’una estrema densità d’energia (come doveva essere l’universo qualche frazione di secondo dopo il big bang) dove non esiste, a parte la gravitazione, che una sola forza fondamentale che possiede tutte le caratteristiche dell’elettromagnetismo e delle interazioni debole e forte, e che agisce su tutte le particelle conosciute. I messaggeri delle forze (gluoni, fotoni e bosoni W e ) sarebbero allora essi stessi raggruppati in multipli ai quali si andrebbero ad aggiungersi dei nuovi oggetti, i leptoquarks. Fin dai primi sviluppi della teoria della grande unificazione (GUT), ci si accorse che essa prediceva un evento impressionante: il protone ha una durata di vita limitata. Ma la sua probabilità di disintegrarsi durante un anno d’osservazione è stimata a , cioè non ha alcuna conseguenza spiacevole per l’avvenire prossimo del nostro universo. Finora, nonostante le numerose ricerche in atto in tutto il mondo, non abbiamo rilevato la morte di qualche protone. I modelli più semplici d’unificazione elettronucleare non hanno superato gli esami. Hanno tuttavia il merito d’offrire una rappresentazione elegante e coerente delle interazioni quantiche, fondata su delle simmetrie matematiche. I teorici hanno da un’altra parte iniziato a studiare gli effetti possibili di una nuova simmetria (la supersimmetria) fra delle particelle tanto differenti come un gluone e un quark, lavori che si inserivano nella ricerca di una teoria ancora più generale votata a incorporare l’interazione gravitazionale.

LA SINTESI  ULTIMA

(Ultima tappa del programma della teoria del tutto: l’unificazione della gravitazione e della forza elettronucleare. Se le teorie delle corde rappresentano una pista promettente, niente permette ancora di affermare che esse raggiungeranno il risultato di questa ricerca dell’unità).

Il sogno di una teoria del tutto è nato con Einstein; ha dedicato all’unificazione dell’interazione gravitazionale ed elettromagnetica gli ultimi 35 anni della sua vita. Einstein mise in evidenza la relatività delle nozioni di tempo e di spazio, e il fatto che le trasformazioni che li legano sono le stesse che legano l’elettricità e il magnetismo. Dimostrò, inoltre, che lo spazio-tempo è curvato dalle masse  che contiene e che le onde di deformazione di questo spazio, le onde gravitazionali, devono potersi propagare, come fanno le onde elettromagnetiche. Nello stesso periodo avvenne la rivoluzione della meccanica quantistica. Questa nuova teoria permise di realizzare una sintesi dei comportamenti ondulatori e corpuscolari osservati nelle diverse esperienze: una particella di materia, come per esempio l’elettrone, può comportarsi come un’onda mentre all’opposto la luce può manifestarsi sotto un aspetto corpuscolare (sotto forma di fotoni). In seguito la teoria quantistica dei campi diventerà uno strumento potente per comprendere la natura delle interazioni debole, elettromagnetica e forte. Queste tre interazioni fondamentali sono ora molto ben descritte dal modello standard secondo il quale esse risultano di scambio di particelle mediatrici (i fotoni, i bosoni , e i gluoni). Questo modello ha permesso di riunire le interazioni elettromagnetica e debole in una interazione elettrodebole, e di abbozzare la grande unificazione delle interazioni elettromagnetica, debole e forte. Questi successi hanno spinto i fisici a ricercare, sulla base di un modello standard, una teoria unificata di tutte le interazioni fondamentali, sovente chiamata, più o meno ironicamente, “teoria del tutto”.

Questa teoria dovrebbe descrivere le proprietà di una superforza dove le interazioni gravitazionale, debole, elettromagnetica e forte costituirebbero quattro sfaccettature. Alle energie accessibili sperimentalmente, l’intensità della gravitazione è estremamente debole paragonata a quelle delle altre interazioni. In compenso, a delle energie molto più elevate, come quelle in gioco nei primi istanti dell’universo, questa intensità doveva essere molto elevata. Si stima che le intensità caratteristiche delle quattro interazioni fondamentali di devono riunire ad una energia vicino a    GeV, che corrisponde a distanze dell’ordine di cm.

La considerazione di tali energie richiede una teoria quantica della gravitazione, cioè una descrizione dell’interazione gravitazionale in termini di scambio di una particella di massa nulla, il gravitone. Purtroppo non sappiamo valutare gli effetti degli scambi di parecchi gravitoni, perché ci portano, nei calcoli, a quantità infinite. Le direzioni più promettenti fanno appello alla supersimmetria, struttura matematica che permette di spiegare e di unire i due grandi quadri teorici che sono la relatività generale e la meccanica quantistica.

Le trasformazioni della supersimmetria agiscono in un “superspazio” più grande dello spazio-tempo ordinario, le loro combinazioni producono delle trasformazioni in quest’ultimo. Poiché il principio della relatività generale dice che le leggi della fisica devono esprimersi in maniera invariante in rapporto ai cambiamenti di coordinate nello spazio-tempo, l’invarianza da supersimmetria è suscettibile di apparire come più fondamentale di quella richiesta dal principio di relatività. Per un altro motivo, una tale simmetria trasforma la funzione d’onda d’una particella in quella di un’altra particella modificando di ½ il valore del momento cinetico di rotazione (grandezza chiamata spin e misurata da un numero intero o mezzo intero).

La supersimmetria potrà essere utilizzata per associare i bosoni di spin 1 (,fotoni e gluoni), vettori di interazioni, ai fermioni di spin ½ (leptoni e quarks), costituenti la materia?

Si avrebbe allora una sorta di unificazione fra forze e materia!!! Purtroppo, sembra impossibile realizzare tali associazioni. Ciò non impedisce tuttavia d’immaginare che può esistere, per ciascuna particella conosciuta, un compagno supersimmetrico. Per esempio il fotone sarà associato a un fotino, un quark a un squark, un gluone a un glutino,ecc.,tutti questi oggetti interagiscono nel quadro d’un modello standard supersimmetrico. La ricerca di queste ipotetiche “particelle s”, iniziata alla fine degli anni ’70, costituisce oggi una delle preoccupazioni maggiori della fisica delle particelle.

I fisici contano molto sul LHC (Large Hadron Collider), un anello di accumulazione protone/protone del Cern che succederà fra qualche anno al LEP (Large Electron-Positron Collider) e che potrà esplorare la scala d’energia dei Teraelettronvolt (1.000 GeV).

Per superare il problema di come incorporare l’interazione gravitazionale nel quadro della fisica quantistica, forse occorrerà abbandonare il concetto di particelle puntiformi a favore di oggetti intesi come delle corde o delle membrane che si evolvono in uno spazio-tempo composto da più di quattro dimensioni. Le diverse particelle corrisponderebbero a differenti stati di vibrazione delle corde. Oggi esistono cinque famiglie di teorie delle corde. Quale scegliere, e secondo quali criteri? Ancora non lo sappiamo!!! Le dimensioni delle corde (probabilmente prossime alla lunghezza di Planck: cm, ovvero  volte la misura di un protone), essendo fuori dalla portata dei collisori attuali (volte la loro risoluzione), ci impediscono di testare le predizioni delle teorie delle corde. Probabilmente si arriverà a modificare la legge della forza gravitazionale descritta dalla teoria della relatività generale; potrebbe essere leggermente violato il principio di equivalenza di Einstein, secondo il quale l’accelerazione gravitazionale di un corpo non dipende dalla sua natura. E’ proprio questo principio che il progetto STEP (Satellite Test of the Equivalence Principle) ha l’ambizione di testare, rifacendo in maniera più precisa l’esperienza della caduta dei corpi effettuata da Galilei nel 1632.

E’ molto difficile sapere se le teorie delle corde o l’ipotetica teoria M, che descrive le interazioni delle piccole corde e membrane, permetteranno di descrivere tutte le particelle con le masse e le interazioni come le conosciamo oggi. Anche se certi esperimenti ci legano a questi modelli, la ricerca di una teoria unificata di tutte le interazioni fondamentali e, in questo senso, ultima, sembra lontana dall’essere finita.
Le appendici e gli approfondimenti non sono disponibili on line ( anche perché molto “pesanti” in termini di byte e, perciò, estremamente lenti da scaricare), ma si possono consultare all’interno del Museo.

  • APPENDICE 1 : LA SUPERFORZA
  • APPENDICE 2 : LA SOSTANZA DEL MONDO
  • APPENDICE 3 : L’UNIVERSO DI UN QUARK
  • APPENDICE 4 : IL PENDOLO DI CAVENDISH
  • APPENDICE 5 : LA GEOMETRIZZAZIONE DELLA GRAVITA’
  • APPENDICE 6 : LE ONDE DI HERTZ
  • APPENDICE 7 : LE EQUAZIONI DI MAXWELL
  • APPENDICE 8 : L’ELETTRODINAMICA QUANTISTICA
  • APPENDICE 9 : LA SCOPERTA DEI BOSONI W E
  • APPENDICE 10: L’INTERAZIONE DEBOLE
  • APPENDICE 11: VIOLAZIONE DELLA PARITA’
  • APPENDICE 12: IL MECCANISMO DI HIGGS
  • APPENDICE 13: LA DISINTEGRAZIONE DEL PROTONE
  • APPENDICE 14: L’INTERAZIONE FORTE
  • APPENDICE 15: L’INTENSITA’ DELLA FORZA DI COLORE
  • APPENDICE 16: L’UNIFICAZIONE DEI QUARKS E DEGLI ELETTRONI
  • APPENDICE 17: IL PROGETTO STEP
  • APPENDICE 18: LA CONVERGENZA DELLE INTERAZIONI
  • APPENDICE 19: LA SUPERSIMMETRIA
  • APPENDICE 20: LE SUPERCORDE

 BIBLIOGRAFIA (In italiano)

  • “Verso l’unificazione” di Fang Li Zhi-Chu Yao Quan, Editore Garzanti –1991
  • “Teorie del tutto” di J.D.Barrow , Adelphi Edizioni-1992
  • “Superforza” di P.Davies, Mondatori Editore- 1986
  • “La mente di Dio” di P.Davies, Mondatori Editore –1993
  • “La particella di Dio” di L.Lederman ,Mondatori Editore-1996
  • « La théorie de tout » da Sciences et Avenir n° 118/99 (hors-serie)
  • “Universo simmetrico” di Pagels, Bollati Boringhieri,1988
  • “Dio e la nuova fisica” di P.Davies, Mondatori,1984
  • “Il codice cosmico” di Pagels, Boringhieri, 1985
  • “I primi tre minuti” di Weinberg, Mondatori, 1977
  • “La freccia del tempo” di Coveney, Rizzoli, 1991
  • “Dal big bang ai buchi neri” di Hawking, Rizzoli, 1990
  • “Caos” di Gleick, Rizzoli, 1989
  • Teorie unificate dell’interazione tra particelle elementari in Le Scienze n° 75/1974
  • La supergravità e l’unificazione delle leggi della fisica in Le Scienze n°116/1978
  • Una teoria unificata delle particelle e delle forze in Le Scienze n° 154/1981
  • L’universo inflazionario in Le Scienze n°191/1984
  • Supercorde in Le Scienze n° 219/1986
  • La scoperta del quark top in Le Scienze n° 349/1997
  • La teoria un tempo chiamata delle corde in Le Scienze n° 358/1998
  • Una fisica unificata entro il 2050? In Le Scienze n° 376/1999

A cura del Prof. Renzo Baldoni, direttore del Museo

 

Nel fare “geometria” ci occupiamo di figure con l’intento di individuarne le proprietà: e così si studiano quadrilateri e sfere, cerchi e piramidi, ma anche punti e rette e piani; queste figure si materializzano con il disegno.

Se la geometria, come sostiene Gonseth, è la scienza delle figure nello spazio, è necessario che la scuola predisponga situazioni nelle quali lo studente possa agire, operare, modificare, sperimentare; occorre che l’aula scolastica si trasformi in un laboratorio dove si lavora anche con le mani, dove si produce, dove l’operatività diventa un procedimento attivo di ricerca che, a partire da osservazioni, strutturazioni, esperimenti, porti alla formazione di concetti, al possesso di procedimenti ed, infine, alla formulazione di regole, di leggi.

D’altra parte la pedagogia ci insegna che la fascia di età 11-14 anni corrisponde a una fase critica nella quale il ragazzo manifesta una certa capacità di generalizzare, di astrarre, di dedurre sempre a partire, però, da osservazioni e manipolazione di oggetti concreti. C’è un detto, tramandatoci dai filosofi greci, valido ancora oggi: “il sapere nasce dal fare”, per diventare “sapiens” l’uomo deve prima essere “faber”.

Il Museo di Informatica e Storia del Calcolo, che si va caratterizzando sempre più come museo-laboratorio, come significativo centro di divulgazione scientifica rivolto al mondo della Scuola e l’Istituto Comprensivo di Pennabilli, che raccoglie e serve tutti gli studenti della scuola dell’obbligo dei comuni di Pennabilli, S.Agata Feltria e Casteldelci (oltre 500 allievi), hanno stretto un accordo di collaborazione che ha portato, nell’anno scolastico 2000/01, alla presentazione della mostra didattica “Fare geometria”.

Una mostra didattica interessante non solo per l’argomento, basilare nel curriculum di studio di ogni studente, ma anche perché basata sul “fare”, sull’operatività, sullo sperimentare. E questo significa per l’insegnante porsi nella classe come animatore, collaboratore e guida; un processo insegnamento-apprendimento in cui il docente non è “di fronte” all’allievo ma è “con” l’allievo e con lui apprende.

Una esperienza che ha coinvolto tutte le classi dell’ex scuola media e diverse discipline : matematica, educazione tecnica, scienze, storia, italiano, educazione artistica.

La mostra è strutturata in sei momenti: geopiani, origami, inviluppi, modelli, poliedri, macchine.

Alcuni cartelloni servono all’inizio a chiarire e a richiamare i principali termini della geometria e a distinguere le figure geometriche e riconoscerne i singoli elementi.

Entità elementari: punto, linea, angolo

Geometria piana: poligoni, poligoni regolari, circonferenza e cerchio

Geometria solida: poliedri e solidi di rotazione.

GEOPIANI

Sono chiamati “geopiani” alcuni strumenti didattici adatti a favorire l’esperienza geometrica. Ideati dal matematico pedagogista inglese Caleb Gattegno sono efficaci a diversi livelli di apprendimento. Tale sussidio è costituito da una tavoletta di legno sulla quale è disegnato un reticolato i cui nodi sono messi in evidenza con dei chiodini o delle viti; fra di essi si possono tendere degli elastici di diverso colore. Sui geopiani si possono tracciare le più diverse figure; diviene così possibile rappresentare e studiare numerose differenti situazioni geometriche: relative alla forma e alle proprietà delle figure, alle dimensioni ed estensioni, problemi di simmetria, di similitudine, di ricerca di casi possibili, di classificazione ed altri ancora. Con un geopiano a 9 chiodi si possono ottenere tutti i tipi di quadrilateri: quadrati, rombi, rettangoli, parallelogrammi, trapezi, deltoidi, ecc. Con un geopiano a 16 chiodi si può illustrare il teorema di Pitagora generalizzato o teorema di Carnot.

Con un geopiano a 25 chiodi si possono costruire molti angoli oppure introdurre i primi concetti sul piano cartesiano o proporre esercizi sulla simmetria assiale e su quella centrale o sulla determinazione dell’area di figure poligonali. Naturalmente aumentando il numero dei chiodi del geopiano, aumentano anche le situazioni che si possono proporre. E’ evidente che un geopiano con 121 chiodi potrà essere utilizzato magnificamente per introdurre il piano cartesiano o per l’equivalenza delle figure poligonali e per metterne in evidenza i vari elementi. Un altro geopiano è quello formato da un reticolato a forma di dodecagono regolare (i 12 chiodi sono disposti su una circonferenza) e permette di rappresentare triangoli equilateri, quadrati, esagoni e dodecagoni. Questo geopiano permette pure di delimitare archi, settori, individuare diametri, corde, rappresentare angoli al centro, angoli alla circonferenza, stabilire proprietà di archi e corde, dimostrare la relazione esistente fra angoli inscritti nella circonferenza e i corrispondenti angoli al centro. Delle innumerevoli attività che si possono effettuare con questi strumenti è bene tenere presente l’opportunità che gli allievi riproducano sul quaderno le situazioni e i risultati realizzati sul geopiano.

ORIGAMI

OrigamiL’origami è un’antichissima tecnica di origine giapponese che insegna a piegare un foglio di carta, senza mai tagliarlo e incollarlo, per realizzare figure di varia natura e decorazioni. Un modo interessante, ma ancora poco conosciuto, per avvicinarsi alle figure geometriche fondamentali è l’origami geometrico: mediante piegature del foglio di carta, basate su proprietà di simmetria, è possibile ottenere sia figure geometriche piane (forme poligonali, stelle, tassellazioni,…) sia figure geometriche tridimensionali (cubi, poliedri, flexagoni, forme dinamiche,…) e tutto senza usare né la matita né gli strumenti della geometria. L’unica cosa che serve è infatti la carta.

Se a prima vista può sembrare difficile realizzare forme geometriche solide usando soltanto la carta senza poterla tagliare o incollare, in realtà è più semplice e divertente di quanto si immagini. Con la carta,usando anche la tecnica dell’ “origami modulare”, gli allievi hanno costruito:

figure geometriche piane:quadrato,rettangolo,triangolo,pentagono, esagono,ottagono -solidi platonici: tetraedro, esaedro, ottaedro, icosaedro, dodecaedro

poliedri stellati: tetraedro, ottaedro e icosaedro stellati, esaedro stellato, dodecaedro stellato

curve nel piano: parabola, ellisse, circonferenza, iperbole, spirale.

INVILUPPI

InviluppiGli inviluppi sono composizioni grafiche che utilizzano strutture portanti costituite da una serie di segmenti disposti ordinatamente in modo da offrire l’illusione ottica di un loro movimento di inviluppo. La costruzione grafica inizia con la determinazione della struttura portante che può essere composta da due o più segmenti disposti a piacere. Al termine della costruzione grafica si ottiene una composizione di segmenti molto elegante. I due segmenti di partenza possono anche non essere perpendicolari. Risultati diversi si ottengono modificando le strutture che possono essere costituite anche da vari poligoni. Le curve più interessanti costruite dai ragazzi sono la parabola, la ellisse, l’iperbole, la circonferenza, l’asteroide, la nefroide. Alcune delle curve ottenute come inviluppi di rette si possono anche “ricamare” con ago e fili colorati o su tavolette di compensato leggero sulle quali sono stati predisposti i chiodi fra cui tendere elastici o fili.

MODELLI

Modello Modello

Nell’apprendere la geometria normalmente un giovane passa attraverso due fasi: in un primo tempo egli prende suggerimenti e indicazioni dall’esterno , dagli oggetti che lo circondano, poi, guidato dall’intuizione, rielabora le sensazioni che gli provengono dai sensi e, poco a poco, separa il contingente dall’essenziale e arriva, infine, alla più assoluta astrazione e al dominio della logica pura. Si allontana sempre più dagli “oggetti” per volgere la sua attenzione ai loro rapporti e legami, alle leggi a cui obbediscono; la geometria guardata non più dal “di fuori”, ma vista “dal di dentro”. Per aiutare l’allievo in questo processo è molto utile il ricorso a materiale didattico specifico, ai cosiddetti “modelli geometrici”.

E’ bene che sia il ragazzo a costruire da se stesso i materiali didattici: ciò lo costringe a una maggiore attenzione e spesso lo conducono ad accorgimenti che mettono in luce le proprietà più significative, le quali, in questo modo, gli si fissano in testa nella maniera più facile e durevole.

In questa mostra vengono presentati alcuni modelli, costruiti dagli allievi, per triangoli, per quadrilateri, modelli per la scoperta delle proprietà delle isometrie, delle omotetie, per l’equiestensione delle figure piane, modelli per il teorema di Pitagora ed altro ancora.

POLIEDRI

Poliedri Poliedri Poliedri

Un poliedro è un sistema di poligoni ordinari (cioè non intrecciati), detti facce del poliedro, disposti in modo da formare una superficie chiusa che delimita una porzione finita di spazio i cui punti sono i punti interni del poliedro. I lati e i vertici delle facce sono rispettivamente gli “spigoli” e i “vertici” del poliedro.

I poliedri regolari sono cinque: tetraedro, esaedro, ottaedro, dodecaedro e icosaedro; sono detti anche “solidi platonici” e già negli Elementi di Euclide si trova il procedimento di costruzione mediante inscrizione in una sfera. Dopo Euclide si occupò di poliedri Archimede che andò alla ricerca di forme poliedriche che presentassero alcune regolarità; sono noti 13 solidi a facce regolari detti “poliedri semiregolari” o “poliedri archimedei”. Accanto a questi esistono altri 13 solidi detti “archimedei duali”. I poliedri platonici e i poliedri archimedei sono convessi. Se si rinuncia alla convessità ma si mantiene la condizione che le facce del poliedro siano regolari e congruenti, si ottiene un altro gruppo di quattro poliedri regolari ma concavi. Sono i quattro “poliedri stellati” legati ai nomi di Keplero e Poinsot che per primi ne diedero una costruzione: purtroppo la loro realizzazione in modelli di cartoncino non è delle più semplici.

Poliedri
Nello studiare le proprietà dei poliedri regolari è interessante far sperimentare ai ragazzi in quali modi sia possibile combinare i triangoli, i quadrati e i pentagoni per comporre un poliedro regolare. Dal triangolo si ricavano tre possibilità: il tetraedro, l’ottaedro e l’icosaedro; dal quadrato solo l’esaedro, o cubo; dal pentagono il dodecaedro. Per calcolare il numero delle facce, quello dei vertici e quello degli spigoli ci serviremo della relazione di Eulero: F+V-S=2 e raccoglieremo i dati in una tabella.

MACCHINE

Macchine Macchine Macchine

Nella vita quotidiana ci si imbatte spesso in meccanismi di svariati tipi costituiti da aste rigide tra loro incernierate oppure scorrevoli l’una sull’altra: congegni per aprire porte o finestre, freni delle biciclette, bilance, tecnigrafo, tergicristallo, serratura,ecc. In ciascuno di questi meccanismi ci sono parti in movimento che, interagendo, trasformano un tipo di movimento in un altro. Nel pantografo, ad esempio, se P è fissato e il punto A descrive una curva allora il punto B descrive un’altra curva che ha la stessa forma della prima, ma ingrandita di 2 volte. Le curve più semplici sono senza dubbio la retta e il cerchio. Per tracciare i cerchi si usa il compasso, per tracciare un segmento basta prendere un righello. Desta molta sorpresa negli allievi la scoperta, dovuta a Mascheroni nel 1797, che “tutte le costruzioni che si possono ottenere con riga e compasso si possono eseguire col solo compasso”. Rinunciando alla riga la costruzione diviene più complicata, ma il risultato che si ottiene è più preciso. Un meccanismo per tracciare un segmento rettilineo è il meccanismo di Watt o l’inversore di Peaucellier a 7 aste incernierate. Un altro biellismo che risolve il problema del moto rettilineo è quello descritto da Hart nel 1874.

Nel 1875 Kempe ha dimostrato che qualsiasi curva algebrica può venir tracciata con un biellismo. Ma anche per una curva semplice come una conica il meccanismo può essere molto complicato.

Gli allievi delle classi terze hanno ricostruito il meccanismo di Watt completo(1784), di Tchebyceff (1850) e di Peaucellier (1864) per tracciare le rette, utilizzando le asticine di legno dei gelati collegate con spilli; il quadrilatero articolato per disegnare curve di forme molto diverse; il compasso conico per tracciare una ellisse.

Per i meccanismi più complessi per il tracciamento di curve si è fatto ricorso a simulazioni al computer.

Simulazione al Computer

La preparazione della mostra “fare geometria” ha rappresentato, per i ragazzi, una positiva esperienza ed ha coinvolto anche quegli allievi che solitamente hanno difficoltà con la matematica insegnata in modo “tradizionale”. Il trasformare l’aula scolastica in una sorta di “laboratorio di geometria”, dove laboratorio diviene sinonimo di un ben preciso metodo di insegnamento caratterizzato dalla operatività e dalla produttività, significa considerare la matematica quasi alla stregua di una scienza sperimentale e quindi una scienza che si deve costruire sulla base dell’osservazione e dell’esperimento.

Abbiamo esperienza, come insegnanti, che se le nozioni e i concetti sottesi alle definizioni non sono costruiti in modo operativo, non vengono interiorizzate dai ragazzi e non faranno mai parte del loro bagaglio culturale. Conosciamo tutti gli effetti disastrosi di un insegnamento gesso-lavagna.

Ecco allora la necessità, e questa mostra ne è un modesto esempio, di ricorrere sempre e comunque ad attività di tipo sperimentale che investano il ragazzo direttamente con le più diverse forme di operatività e lo guidino alla elaborazione personale di definizioni e di regole.

BIBLIOGRAFIA

  • il materiale per l’insegnamento della matematica, autori vari, La nuova italia, Fi
  • didattica euristica della matematica,Pedro Puig Adam, Uciim, Roma
  • sull’apprendimento della matematica a livello di scuola media, c.d.n.s.m., Roma
  • l’apprendimento della matematica,autori vari, Pitagora editrice,Bo
  • geometria operativa, Rosa Rinaldi Carini, Arti grafiche Stibu, Urbania (Pu)
  • la geometria delle curve, Scuola Normale Superiore di Pisa, Carte segrete, Roma
  • i racconti di Numeria, Nuova Argos edizioni, Roma
  • Luca Pacioli e la matematica del Rinascimento, Giunti editore, Fi
  • Origami e geometria, Luisa Canovi, Demetra S.r.l., Bussolengo (Vr)

A cura del prof. Renzo Baldoni Direttore del Museo

 

LA SETTIMANA DELLA SCIENZA AL LICEO “RIGHI” DI CESENA

(31 marzo – 7 aprile 2001)

L’impiego dei numeri ci pare tanto ovvio che tendiamo a considerarlo un atteggiamento innato dell’uomo, come il camminare o il parlare; in realtà non si è sempre contato come facciamo noi attualmente, né scritto le cifre allo stesso modo. La storia del calcolo è la storia di una grande invenzione distribuita nell’arco di molti millenni, un’evoluzione complessa che ha alla base le grandi civiltà del passato. Ancora pochi secoli fa in Europa si calcolava non già servendosi di cifre, bensì sulle dita della mano, quando non con gettoni su tavole, e la contabilità veniva tenuta con bastoni intagliati.

Dove e quando ha avuto inizio questa fantastica avventura della intelligenza umana? L’evento si perde nella notte delle ere preistoriche, ma una cosa è certa: vi fu un tempo in cui l’uomo non sapeva assolutamente contare. La riprova è data dal fatto che esistono oggi parecchie popolazioni “primitive” incapaci di concepire il concetto di numero e che ignorano persino che due più due fa quattro. Tutto deve aver avuto inizio con quell’artificio che viene detto “proprietà dell’accoppiamento” che permette di confrontare facilmente due raccolte senza far ricorso al computo astratto. Fu certamente grazie a questo principio che l’uomo preistorico, nel corso di parecchi millenni, poté fare della aritmetica persino prima di assumere coscienza e di sapere cos’è un numero astratto. Avuto poi accesso all’astrazione dei numeri, appresa la differenza che esiste fra il numero cardinale e il numero ordinale, l’uomo si trovò ben presto alle prese con un problema: come indicare numeri elevati con la minor quantità possibile di simboli? L’idea di fondo fu il raggruppamento per decine, dai matematici ciò viene definito “impiegare la base dieci”. Non tutte le culture hanno però risolto allo stesso modo il problema della base, e la dieci non è stata l’unica alla quale gli uomini si siano riferiti nel corso del tempo.

Gli eventi principali che hanno completamente modificato l’esistenza dell’uomo sono stati l’uso del fuoco, lo sviluppo dell’agricoltura e il relativo progresso urbanistico e tecnologico, l’invenzione della scrittura e quella dello zero e delle cifre dette “arabe”. Al pari della scrittura, lo zero e le nostre moderne cifre figurano tra i più possenti strumenti intellettuali di cui disponga l’uomo odierno, e calcoli irrealizzabili per millenni sono stati resi possibili grazie alla loro scoperta. Tale storia ha avuto inizio poco più di cinquemila anni fa quando certe società elaborarono l’idea di rappresentare i numeri mediante segni grafici, furono così inventate le cifre.

La mostra Per una storia del calcolo, presentata al Liceo Righi di Cesena, è naturalmente solo una piccola sintesi, un assaggio, della sezione Calcolo del Museo di Pennabilli. Nella mostra, attraverso gli strumenti matematici esposti nelle vetrine, il tavolo interattivo e i cartelloni esplicativi si ripercorre la lunga storia dell’invenzione dei numeri: dalla preistoria dei numeri a come l’uomo ha imparato a contare, l’invenzione della base e delle cifre, la matematica delle grandi civiltà del passato, il principio rivoluzionario dello zero, la nascita delle cifre arabe, gli strumenti che hanno aiutato l’uomo a passare dalla “fatica” al “piacere” di contare.

EXHIBIT

  • vetrina 1: La preistoria del calcolo: intagli su osso o legno, sassi, nodi su corde (35000-20000 a.C.), tavolette e calculi sumeri (3100 a.C.), crivello di Eratostene (250 a.C.) per la ricerca dei numeri primi, abaco romano (sec I d.C.), frammento di lapide romana.
  • vetrina 2: macchine da calcolo: suan pan (pallottoliere o abaco) cinese, tavola per contare (1000 d.C), quipù inca (sec XII), pietra del Sole o calendario azteco (sec XV), bastoni di Nepero (1617), regoli intagliati di pastori svizzeri (fine sec. XVIII).
  • vetrina 3: L’alba della scienza (sec XVII e XVIII) : I logaritmi (Nepero-1614; Briggs- 1617), regolo circolare, regoli moderni, ottante e sestante (matematica, astronomia, navigazione), libri di matematica.
  • vetrina 4 : Calcolatrici meccaniche (sec XIX e XX): Comptometer, Burrough calculator, Triumphator, Thates, Torpedo, Addiator.
 

Caro  visitatore,
alla fine di questa “passeggiata” fra una delle più affascinanti avventure del pensiero umano, l’augurio è che la visita al Museo susciti in te il desiderio di approfondire la conoscenza di questo albero rigoglioso e in perenne crescita.

Conquistarne la cima è impresa faticosa ma, man mano che si sale, l’orizzonte si allarga e il panorama che si scorge toglie il respiro; si prova finalmente un senso di libertà e di appagamento indicibile.

Ti siano di sprone le parole di Bertrand RussellLa matematica, vista dalla giusta angolazione, non possiede solo la verità, ma la suprema bellezza: una bellezza fredda e austera, come quella della scultura, una bellezza che non fa appello ai nostri sentimenti più grossolani, che non ha gli ornamenti sgargianti della musica o della pittura, una bellezza pura e sublime, capace della rigorosa perfezione che è propria solo della più grande arte“.

Coraggio, amico, inizia anche tu a scalare il meraviglioso albero della Matematica.

Il fondatore del Museo
Renzo  Baldoni

L'albero della Matematica

Gen 102012
 

“Vedere un mondo in un granello di sabbia e un universo in un fiore di campo, possedere l’infinito sul palmo della mano e l’eternità in un’ora”

William Blake (1757-1827)

Anche se il mondo in cui viviamo è finito, la matematica che ci serve per studiarlo coinvolge l’infinito quasi ad ogni passo: l’insieme di tutti i numeri naturali è un insieme infinito, la scrittura precisa del numero pi greco richiede infinite cifre decimali, il numero di punti sulla più piccola delle linee è infinito e così via.

Il pensiero greco si è cimentato per secoli con l’ apeiron , l’illimitato (Aristotele, Anassagora, Epicuro, Democrito). Per duemila anni, l’idea dominante nel pensiero occidentale è stata l’idea aristotelica di un infinito potenziale. Nel XVII secolo, grazie alla geometria proiettiva, l’infinito potenziale dei filosofi diventa l’infinito attuale della geometria.

Si deve al lavoro di due matematici tedeschi, Richard Dedekind e Georg Cantor , tra il 1870 e il 1880, la definizione rigorosa e comprensibile del concetto di infinito, un’idea cruciale nella storia del pensiero. Cantor dimostra che l’infinito numerabile o discreto non è l’unico infinito; che non tutti gli insiemi infiniti hanno la stessa cardinalità, che c’è un’intera gerarchia infinita di infiniti, che diventano sempre più grandi.

Cantor elabora un’aritmetica completa dei numeri transfiniti (li indica con la prima lettera dell’alfabeto ebraico, aleph), con i quali esegue dei calcoli proprio come si fa con gli altri numeri. L’edificio costruito da Cantor è stato definito dal matematico tedesco David Hilbert “il prodotto più stupefacente del pensiero matematico, una delle più belle realizzazioni dell’attività umana nel campo dell’intelletto puro”.

Eppure, ai margini di quella costruzione, ci sono delle questioni importanti ancora senza risposta, “indecidibili” per Kurt Gödel e Paul Cohen.

Il paradiso dell’infinito matematico di Cantor non è stato distrutto, ma esteso nei suoi orizzonti concettuali, su nuove frontiere, ancora più affascinanti.

Infinito

Gen 102012
 

“Infra le magnitudine delle cose che sono infra noi l’esse[re] del nulla tiene il principato”

Leonardo da Vinci (1452-1519)

Il primo zero della storia fu inciso sull’argilla fresca da uno scriba babilonese prima del III secolo a.C.; oggi è alla base della numerazione binaria, composta solo da 0 e 1, grazie alla quale funziona tutto ciò che è digitale, dai computer ai compact disk.
Ignoto ai greci e ai romani, lo zero giunge in Occidente nel medioevo attraverso gli arabi, che a loro volta ne avevano appreso la nozione dagli indiani (V secolo d.C.).
Lo zero era indicato con un piccolo cerchio, detto sunya, che significa vuoto, nulla.
In arabo sunya divenne sifr, in latino zephirum, da cui zephiro, zero.
Bollato all’inizio come opera del diavolo, diventa ben presto indispensabile alle partite doppie dei mercanti e consente, grazie alla notazione “posizionale”, gli immensi progressi della matematica. Con Newton e Leibniz, inventori del calcolo infinitesimale, lo zero assume il nuovo significato di “valore limite” e conquista un ruolo centrale non solo nel pensiero matematico, ma nella nostra stessa visione dell’universo. Prima del Big Bang c’era il nulla, oltre l’universo c’è il nulla; lo “zero assoluto” (-273,15 °C) è reale o è un’astrazione? Lo zero è “là fuori” o è una pura creazione della mente umana? Lo abbiamo scoperto o l’abbiamo inventato? Siamo, perciò, noi uomini solo creature o anche creatori? E se sì, molto o appena al di sotto degli angeli, nella nostra capacità di comprendere ciò che ci circonda?
Simbolo del nulla, lo zero è diventato indispensabile per concepire ciò che esiste.

Lo Zero

Gen 102012
 

“La geometria frattale descrive le forme e le configurazioni naturali in modo più succinto ed esteticamente più valido rispetto alla geometria euclidea tradizionale”

Jurgens, Peitgen, Saupe (1990)

Nella geometria classica le curve hanno una dimensione, le superfici due e i solidi sono tridimensionali. Ma esistono curve “patologiche”, studiate dal 1875 al 1925 da Weierstrass, Sierpinski, Koch, Peano e altri, che hanno una dimensione frazionaria e l’autosomiglianza come caratteristica basilare; se si esaminano questi oggetti a scale diverse si incontrano sempre gli stessi elementi fondamentali.

Queste figure sono state chiamate frattali da Mandelbrot nel 1977. Dopo aver esplorato i frattali “naturali” autosomiglianti, Mandelbrot scoprì delle procedure iterattive che servivano a produrre delle costruzioni matematiche astratte, come i famosi insiemi di Mandelbrot e di Julia. Come gli altri frattali, questi insiemi erano stati scoperti molto prima dell’epoca di Mandelbrot, ma erano così complessi che sarebbe stato impossibile visualizzarli e studiarli senza l’uso del computer.

I calcolatori hanno dischiuso le porte a una nuova area di ricerca, quella della dinamica dei sistemi complessi (fluidi, atmosfera, crescita delle piante, comportamento di gruppi animali, andamenti socioeconomici,ecc), con il vantaggio di mostrare a tutti sullo schermo la bellezza intrinseca delle strutture.

Se esiste un’area della matematica “figlia” dell’era dei calcolatori, questa è proprio la teoria dei frattali, chiamata anche “geometria della natura” perché queste forme strane e caotiche descrivono fenomeni naturali come terremoti, alberi, cortecce, radici, nuvole, litorali, monti, fiumi, fiocchi di neve, strutture cristalline e molecolari, il moto delle galassie e tanto altro ancora.

Gen 102012
 

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