Secondo alcuni testimoni a lei vicini era graziosa d’aspetto e, data la sua sapienza, si muoveva a proprio agio in un mondo di uomini, dimostrazione di un carattere eccezionale, per quel tempo. Come racconta Suida, intellettuale bizantino, e conferma Filostorgio, nella sua Storia ecclesiastica: “Ipazia divenne molto migliore del maestro (il padre Teone) e finì per essere lei stessa maestra di molti nelle scienze matematiche”. Aveva un modo di insegnare particolarmente efficace e un’argomentazione fluente ed accorrevano ad Alessandria da ogni parte per ascoltarla. Dopo la distruzione del Tempio di Serapide, impartiva le lezioni solo a casa propria. Poco incline alla frivolezza, aveva una natura ascetica. Sappiamo con certezza, perché tutte le fonti sono concordi nel testimoniarlo, che quanto Ipazia era morigerata nella vita e nei sentimenti tanto era diretta, quasi brutale, nel modo di fare e di parlare.
Molto probabilmente Ipazia fu, ai suoi tempi, il numero uno in matematica. Il contributo di Ipazia all’attività del padre pare indiscutibile; per esempio, anche se Teone non inventò l’astrolabio, partecipò attivamente al suo sviluppo e perfezionamento, e Ipazia si relazionò ampiamente con questo strumento (v. appendice 5 e la vetrina verticale). Anche i commenti scritti da Teone (v. appendice 3) sull’opera più grande di Tolomeo (100 circa- 170 circa), l’ Almagesto, si debbono, secondo alcuni studiosi, in gran parte alla mano della sua amorevole figlia. Teone la considerava superiore a sé in matematica e Damascio, ultimo scolarca dell’Accademia di Atene, nella sua Vita di Isidoro, scrive di lei come di una “donna versata nella geometria”.
Secondo Suida, Ipazia scrisse commenti alle Coniche di Apollonio di Pergamo (262 a.C.- 190 a.C.) (v. appendice 6) e all’Aritmetica di Diofanto di Alessandria (200/214 d.C.-284/298 d.C.)(v. appendice 7). Il nome di Ipazia è poi associato a un’opera chiamata dalle fonti Canone astronomico, probabilmente un commentario alle Tavole facili di Tolomeo all’interno del commento di Teone, che scrive “edizione riveduta da mia figlia, la filosofa Ipazia”. Riguardo alle macchine che, probabilmente, faceva costruire agli allievi, possiamo solo citare con certezza un astrolabio piatto, un idroscopio, che ha attirato l’attenzione del grande matematico Fermat, e un aerometro, per attenerci a quanto riferito da Sinesio; tutto il resto è illazione, o congettura. Ma il grande merito di Ipazia e di suo padre Teone, è stato quello di preservare i testi classici di matematica e, fra questi, specialmente gli Elementi di Euclide.